c'era una volta
Le
fonti di acqua a Roma
Da sempre a Roma di acqua ve ne è stata sempre una buona quantità ed intorno
ad essa è nata la sua civiltà, per gli acquedotti che la portavano nella
città e nelle case sin dall’epoca imperiale e poi per le sue fontane ma in
special modo per le sue fonti che sono un patrimonio diretto , Roma infatti
ha diverse fonti proprio nel territorio cittadino.
Mi piace ricordare quella a me più cara per sensazioni di gioventù. Anche se
abitavo molto distante, spesso vi andavo appositamente per il piacere di
gustare quell’acqua dal sapore acidulo ferruginosa e per l’amenità del
luogo. Mi riferisco alla Fonte dell’Acqua Acetosa che sta all’inizio della
strada che porta dalla zona di Piazza Euclide ai campi di atletica chiamati
appunto dell’Acquacetosa. L’acqua zampillava da una costruzione che sta
sotto il livello dell’attuale strada, ora non è più possibile berla poiché è
inquinata. La fonte è conosciuta dal secolo XVI° e ne fece grande uso il
papa Paolo V° che ne ordinò la costruzione, mettendovi una epigrafe con il
suo nome. La sistemazione che vediamo attualmente è stata predisposta dal
papa Alessandro VII° che ne affidò l’incarico a Gian Lorenzo Bernini. E’
costituita da una monumentale esedra con tre bocche artificiali da cui
sgorgava acqua. Dalla parte esterna dell’esedra di marmo vi sono due sedili
di marmo, che il principe ereditario Luigi di Baviera,avendo soggiornato
spesso a Roma tra il 1818 ed il 1825, benché sposato, utilizzava per gli
incontri galanti con una certa Anna Maria Florenza, bellissima ventenne
perugina, grande amore del principe. Per rendere più accogliente il luogo
dei focosi incontri vi fece anche piantare un boschetto di olmi.
Ed
inoltre, connesso all’esistenza di tale fonte, vi è da ricordare, che a
Roma, per la rinomata virtù della sua acqua, ebbe origine anche il mestiere
dell’ “acquacetosaro”, un omino che girava per la città con un carretto a
due ruote per vendere, per un soldo, l’acqua presa alla fonte Acetosa.
Mentre camminava, gridava, con un richiamo "romanesco”, parole che
esaltavano le virtù curative dell’acqua che tentava di vendere.
Poi, dopo aver dissetato per secoli papi e gente comune, dal 1959 per
inquinamento, la fonte è chiusa ed abbandonata e, sul bel lavoro berniniano,
è calato l’oblio.
Rimane a noi romani l’onere di non far dimenticare questa acqua, una volta
piena di virtù curative, che era alla portata di chiunque ne volesse
usufruire ed ora, come possiamo vedere, è dimenticata da tutti perché
raggiunta dall’inquinamento della città tecnologica che avanza.
Nelle prossime uscite parleremo di altre fonti cittadine.
massimo giacomozzi