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c'era una volta

L’ALBERO D’ARGENTO
Un imponente costone roccioso si affaccia dalla Montagna dei Fiori sul
profondo solco tagliato dai torrenti che separano le prime terre d’A¬bruzzo
dalle Marche. La grande roccia, vicina ai 1.800 metri, forma quasi una emme
in corsivo ed è ferita nel mezzo dalla grandiosa Grotta S.Angelo, un tempo
rifugio di frati e chiesa rupestre e prima chissà cos’altro ancora. Una zona
magica, malefica e diabolica, a sentire i racconti dei pochi superstiti
abitanti di Valle Castellana. Davanti alla Grotta S.Angelo c’era una volta
un albero morto, antico d’oltre 300 anni, reso argenteo dalla pioggia, dal
sole e dal vento.
Donato, originario di una delle frazioni di Valle Castellana, era venuto a
vivere da lungo tempo subito fuori Roma, “for de porta” appunto, a Palmarola,
borgata sorta negli anni cinquanta tra Ottavia e la via Boccea. Fra i più
cari ricordi che si era portato dolorosamente dietro dalle sue terre c’era
proprio l’albero d’argento; amava quell’albero e non ne sopportava il
distacco che la forzata emigrazione a Roma aveva causato. Per Donato,
riunirsi all’albero d’argento diventò uno scopo esistenziale, un’ossessione
forse, che lo spinse a... rapire l’albero.
Ingegnosamente, con oltre venti metri di corda riuscì a sradicare l’albero,
a trascinarlo giù giù fino alla strada, e caricarlo infine su un autocarro
per trasportarlo a Roma.
Scendendo dalla rupe, Donato fu colpito sul collo da una piccola pietra: un
avvertimento?
Si dice che al passaggio dell’autocarro la gente dei paesi attraversati
volgesse il viso altrove ed esprimesse dissenso e cattivi presagi perché
quello era “l’albero del diavolo”. Ma Donato, allora cinquantenne, potè
finalmente installare l’albero nel soggiorno della sua casa nella borgata
romana. Lo sfrondò di alcuni rami troppo ingombranti e regalò un ramo ad un
amico, che tuttora lo conserva. Volle abbellire l’albero d’argento con
piccoli animali imbalsamati da lui stesso e ne fece praticamente il centro
della casa.
Cominciarono anni tristi. La salute di Donato si deteriorò progressivamente.
Negli Ospedali non venivano definite diagnosi certe e precise: si parlò di
senilità precoce. Si racconta che, in un giorno di festa, fotografando la
figlia davanti all’albero, nel bagliore del flash sia apparsa l’immagine del
diavolo.
Donato ricordò la pietra che lo aveva “avvertito” e dolorosamente si decise
a restituire l’albero alla montagna. Fu un viaggio ancor più difficile e
faticoso di quello del rapimento ma, alla fine, l’albero tornò al suo posto,
dove tuttora si trova: manca solo il ramo regalato all’amico in quanto
questi non lo volle restituire.
Tutto troppo tardi. La malattia aveva prosciugato Donato che morì, come un
albero secco, nel 1999. Forse un suicidio, se vogliamo dare un senso a
quanto da lui lasciato scritto sulla “assoluta innocenza di tutti i suoi
famigliari”. Innocenza sulla sua morte o innocenza sull’affronto fatto
all’albero del diavolo là sulla Montagna dei Fiori? Lasciò anche scritto di
voler essere cremato e che le sue ceneri fossero disperse ai piedi
dell’albero d’argento.
Dicono che il figlio di Donato, nonostante i divieti esistenti, sia riuscito
ad esaudire, almeno parzialmente, quest’ultimo desiderio.
Alberto Gusella