01/08/2005     chi siamo scrivici

             amici link

 

ViaVenetoRoma


Comune di Roma


Zètema


Upter


Atac Roma


LaScatolaChiara


Archivio

immaginiCinema

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                   c'era una volta

L’ALBERO D’ARGENTO

Un imponente costone roccioso si affaccia dalla Montagna dei Fiori sul profondo solco tagliato dai torrenti che separano le prime terre d’A¬bruzzo dalle Marche. La grande roccia, vicina ai 1.800 metri, forma quasi una emme in corsivo ed è ferita nel mezzo dalla grandiosa Grotta S.Angelo, un tempo rifugio di frati e chiesa rupestre e prima chissà cos’altro ancora. Una zona magica, malefica e diabolica, a sentire i racconti dei pochi superstiti abitanti di Valle Castellana. Davanti alla Grotta S.Angelo c’era una volta un albero morto, antico d’oltre 300 anni, reso argenteo dalla pioggia, dal sole e dal vento.
Donato, originario di una delle frazioni di Valle Castellana, era venuto a vivere da lungo tempo subito fuori Roma, “for de porta” appunto, a Palmarola, borgata sorta negli anni cinquanta tra Ottavia e la via Boccea. Fra i più cari ricordi che si era portato dolorosamente dietro dalle sue terre c’era proprio l’albero d’argento; amava quell’albero e non ne sopportava il distacco che la forzata emigrazione a Roma aveva causato. Per Donato, riunirsi all’albero d’argento diventò uno scopo esistenziale, un’ossessione forse, che lo spinse a... rapire l’albero.
Ingegnosamente, con oltre venti metri di corda riuscì a sradicare l’albero, a trascinarlo giù giù fino alla strada, e caricarlo infine su un autocarro per trasportarlo a Roma.
Scendendo dalla rupe, Donato fu colpito sul collo da una piccola pietra: un avvertimento?
Si dice che al passaggio dell’autocarro la gente dei paesi attraversati volgesse il viso altrove ed esprimesse dissenso e cattivi presagi perché quello era “l’albero del diavolo”. Ma Donato, allora cinquantenne, potè finalmente installare l’albero nel soggiorno della sua casa nella borgata romana. Lo sfrondò di alcuni rami troppo ingombranti e regalò un ramo ad un amico, che tuttora lo conserva. Volle abbellire l’albero d’argento con piccoli animali imbalsamati da lui stesso e ne fece praticamente il centro della casa.
Cominciarono anni tristi. La salute di Donato si deteriorò progressivamente. Negli Ospedali non venivano definite diagnosi certe e precise: si parlò di senilità precoce. Si racconta che, in un giorno di festa, fotografando la figlia davanti all’albero, nel bagliore del flash sia apparsa l’immagine del diavolo.
Donato ricordò la pietra che lo aveva “avvertito” e dolorosamente si decise a restituire l’albero alla montagna. Fu un viaggio ancor più difficile e faticoso di quello del rapimento ma, alla fine, l’albero tornò al suo posto, dove tuttora si trova: manca solo il ramo regalato all’amico in quanto questi non lo volle restituire.
Tutto troppo tardi. La malattia aveva prosciugato Donato che morì, come un albero secco, nel 1999. Forse un suicidio, se vogliamo dare un senso a quanto da lui lasciato scritto sulla “assoluta innocenza di tutti i suoi famigliari”. Innocenza sulla sua morte o innocenza sull’affronto fatto all’albero del diavolo là sulla Montagna dei Fiori? Lasciò anche scritto di voler essere cremato e che le sue ceneri fossero disperse ai piedi dell’albero d’argento.
Dicono che il figlio di Donato, nonostante i divieti esistenti, sia riuscito ad esaudire, almeno parzialmente, quest’ultimo desiderio.
Alberto Gusella

 

soggettive


accade a Roma


la città futura


c'era una volta


città del cinema


for de porta


antichi sapori


Roma sparita