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                                                                                                     c'era una volta

Ballando ballando

Rispetto ai festini tutti ninnoli e merletti che i genitori preparavano per il compleanno dei loro figlioli, le feste da ballo degli 60 furono una sorta di ribellione delle nuove generazioni al conformismo dilagante.
Si ballava al suono di un giradischi color beige in similpelle con coperchio staccabile e il braccio traballante. Quelli più moderni erano già predisposti per i primi microsolco a 45 e 33 giri. Da quella scatola uscivano le note di *Only You* dei Platters, o *Tutti Frutti*
Di Elvis Presley. Si ballava nelle case di quelli che avevano il saloncino.

Parlavamo di cinema e di donne, fumavamo le *Stop* e le *Esportazioni* e... aspettavamo che i genitori uscissero a respirare il ponentino per abbassare le luci e pomiciare.
Erano i primi anni 60 che di li a poco sarebbero diventati *Favolosi*, ma per noi era quello che passava il convento.
Le differenze di ceto non avevano importanza: le ragazze vestivano con ampie gonne strette in vita, con la sottogonna che mostrava l'orlo e maglioncini che esaltavano il seno.
I ragazzi, tutti con brillantina nei capelli, indossavano rigorosamente un abito completo color antracite, camicia bianca e cravatta e fazzolettino nel taschino che profumava di lavanda *Coldinava*, tanto di moda in quel periodo.
La sala da pranzo era il posto della domenica pomeriggio possibilmente  alleggerito dai soprammobili più fragili e preziosi. I genitori non apparivano alla festa, restavano in cucina a scolare ettolitri di the.
Ciascuno degli invitati contribuiva al buffet: le crostate erano fatte in casa dalle ragazze; i maschi con 400 lire a testa per comprare coca cola, vernout Martini, mignon e pastarelle. Qualche volta si azzardava addirittura del whisky, allora le ragazze a metà festa si chiudevano in bagno nella speranza che bastasse lavarsi la faccia per placare i capogiri alcolici. Per i ragazzi era ritenuta inevitabile la sbornia e il fumare tante sigarette
Quelli più al *verde* chiedevano "mi dai una paglia?"  "aoh! ma quando
te le compri?".
L'alcol incoraggiava a ballare guancia a guancia e circondare le braccia al collo di lei. Qualcuno più spregiudicato dava consigli più sbrigativi: "mettigli una punta di cenere nel bicchiere e fai quello che vuoi". Fin dal primo pomeriggio le persiane rimanevano accostate quasi a simulare il tramonto. Le luci soffuse illuminavano gli ingenui amori di questa nuova generazione.
In cucina la moglie diceva al marito "perchè non vai a dare una occhiata ai ragazzi?" "ma vacci tu che sei vestita bene" rispondeva lui.
Di quando in quando il ragazzo padrone di casa accendeva la luce: "dai
facciamo il ballo della scopa" Il sudore luccicava tra la brillantina, la cravatta slacciata, gli
occhi arrossati dal fumo. Chi aveva la scopa doveva scombinare una coppia, l'altro faceva lo stesso e così via, la fine della canzone sorprendeva l'ultimo broccolo scopino. Ma la musica delle feste da ballo restava sempre il lento, si ballava stretti stretti con lo strofinio del corpo appena percettibile: era nato il ballo della mattonella.

Quando non era disponibile la *stanza da pranzo*, raramente le ragazze ottenevano il permesso di frequentare le sale da ballo. Noi andavamo alla *Sala Pichetti" un ruspante ritrovo a buon mercato dietro P.za Fiume che oggi si chiama *Alien*, tempio delle cameriere veneziane e militari in libera uscita. Protagonisti erano orchestrine e gruppi di mediocre qualità. Qualcuno frequentava la sala nella speranza di trovare l'anima gemella.
La musica melodica era tramontata, il rock and roll si stava imponendo  alla grande, grazie anche alle migliaia di juke box sparsi in tutti i bar della città. I nasi delle ragazze erano un po' carnosi, i seni un po' mosci, i glutei bassi e abbondanti.
I più timidi azzardavano: "signorina permette un ballo?". I più imbranati cercavano di imparare i passi: "un, due e tre..." seguendo la musica a casaccio. Sambe ballate come tanghi, rumbe come walzer, rock an'roll come saltarello.
Ogni tanto l'orchestrina attaccava la *raspa* una canzoncina tutta saltelli: "para'..para'...para' ....la raspa del canada'..." ognuno spiegava all'altro come dovevano muoversi e ogni tanto prendersi sotto braccio per fare una piroetta. Gli guardi sfuggenti e furtivi dei militari alle cameriere, qualcuno più galante chiedeva: "signorina dove lavora?"
"sono dama di compagnia di una contessa a via Merulana" rispondeva lei. Lui si rivolgeva sottovoce all'amico commilitone: "è una "piattilografa" poi continuava: "all'uscita posso accompagnarla?" "no grazie! mi aspetta il mi' moroso ci vediamo giovedì prossimo"

i migliori anni della nostra vita.

Duccio

 

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