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La banditaccia
Vivo da oltre dieci anni a Cerenova, la “tunisina” frazione di Cerveteri, la grande Kaisra degli Etruschi, metropoli dell’Etruria Meridionale. Quasi quotidianamente, per i più svariati motivi, percorro i pochi chilometri che mi separano dall’antica città posta sullo sperone di tufo che domina lo spettacolare panorama circostante, dalla marina tanto amata ed utilizzata dai nostri padri etruschi ai maestosi monti della Tolfa, che con la ricchezza delle miniere resero ricca e potente l’antica Caere. Raramente, in queste mie frequentissime “visitazioni” riesco a tenermi lontano dalla affascinante, misteriosa, immensa, città dei morti, la Necropoli della Banditaccia, e in particolare dalla monumentale Via degli Inferi, percorsa in solenne processione funebre per secoli e secoli, abbandonata poi a se stessa per decenni e decenni dall’incuria di inetti governanti, ormai impraticabile tranne alcuni brevi tratti, ripuliti dalle erbacce invadenti dall’opera pochi volontari, che cercano disperatamente di salvare qualcosa del nostro glorioso passato. Ogni volta, nell’aggirarmi il più delle volte solo, circondato da un assoluto silenzio rotto a volte da u improvviso fruscio d’ali, immancabile si rinnova in me un sottile senso di sgomento, quasi paura. Specialmente mi accade nel punto dove la strada si divide in due rami: quello più conosciuto che prosegue verso la necropoli, l’altro simile ad un sentiero che si perde nella vegetazione. Ad ogni istante provo la imminente sensazione, quasi certezza, che qualcosa di misterioso, di impossibile, stia per accadere. E il cuore mi diventa pesante.
Sensazioni strane, ma non solo mie. Mi conforta riportare di seguito due brani, due emozioni registrate a ben settanta anni di distanza l’una dall’altra.
                                                                                                giugno 2005 - Clapiro


“Una strana calma e una curiosa pace aleggiano intorno, completamente diverse dall’incantamento di quelli celtici, dall’aspetto leggermente repulsivo di Roma e della vecchia Campagna, e dall’orribile sensazione che ispirano i luoghi delle grandi piramidi nel Messico, Teotihuacan e Cholula, e Mitla nel sud; o dalla idolatria amabile di quelli di Buddha a Ceylon.
C’è una dolce calma in questi grandi tumuli erbosi con le loro antiche corone di pietra, e giù nel viale centrale indugia ancora una certa aria intima e felice. È vero, era un calmo e soleggiato pomeriggio d’aprile e le allodole si levavano dall’erba soffice delle tombe. Ma c’era una dolce calma tutto intorno, in quel luogo nascosto, e la sensazione che un’anima dovesse trovarcisi bene. Provammo la stessa sensazione quando discendemmo alcuni gradini ed entrammo nelle camere di roccia, nei tumuli. Non v’è nulla in esse. Come una casa che sia stata svuotata: gli occupanti sono partiti, ora se ne aspettano altri. Ma, quali che siano stati i partenti, essi hanno lasciato dietro di sé una piacevole sensazione, calda al cuore e tenera alle viscere”.
                                    David H. Lawrence, “Libri di viaggio e pagine di paese”1932


“Cerchiamo di non cadere nei soliti luoghi comuni: il mistero degli etruschi, l'etrusco uccide ancora, le tombe minacciose...
Deve essere il paesaggio, con le sue forre scure, il tufo, il radon che contiene e che ha una qualche influenza misteriosa, il colore della pietra e della terra, sempre rossiccia, deve essere anche il nome, la banditaccia...
Deve essere il sorriso sereno delle statue dei sarcofagi, l'essere vicini marito e moglie. Deve essere che gli etruschi pensavano all'aldilà come ad un mondo specchiato, un riflesso di quello dei vivi, tanto che le loro tombe sono case, "arredate", con le pareti scolpite e decorate con gli stessi oggetti della casa da vivi. E questo è più di quanto facevano tutti gli altri popoli antichi che seppellivano comunque i morti col corredo funebre.
Alla Banditaccia sembra che ci siano le "case" dei ricchi, le tombe a tumulo, e le "case" dei poveri, tombe tagliate nella collina di tufo, a volte semplici buchi scavati e coperti.
Sarà questo, ma gli etruschi sono "presenti" alla banditaccia, con i loro sorrisi sereni.
Un quartiere di case, una collina di tufo scavata, e poi la via degli inferi, una strada cimiteriale, come la via Appia, come tutte le vie consolari dei romani che hanno tanto copiato dagli etruschi. La via degli inferi adesso rispetta il suo nome, anche in una bella giornata, non per un cupo senso di morte o di pericolo, ma per il fatto che la natura se la sta riprendendo. Il sentiero sembra stringersi dietro al nostro passaggio e i rovi proteggono gelosamente le tombe”.
                                                  Angela Cannizzaro "Due ore alla banditaccia" 2002


23 giugno - la redazione

 

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