soggettive

Centrale Montemartini: indimenticabile
La prima volta che mi è capitato di andare alla Centrale era appena stata
acquisita dal Comune, non era stata ancora destinata a Museo, non era stato
fatto alcun restauro, forse era stata data giusto un imbiancata.
L'occasione era un sopralluogo per verificare la possibilità di svolgere in
quella sede un certo festival del video clip.
Non ricordo nulla di quello che è successo prima, non ricordo come siamo
entrati, che ambienti abbiamo attraversato. I miei ricordi di quella
mattinata di dicembre cominciano dall'odore di "olio macchina", lo stesso
che si sente adesso, e con lo stupore, la mancanza di fiato, una lieve
vertigine, insomma se non proprio la sindrome di Stendhal, qualcosa di molto
simile.
Eravamo entrati direttamente nella sala macchine. La sala, senza gli attuali
allestimenti museali che la riportano ad una dimensione "umana" era
altissima, la "stanza" più alta dove fossi mai entrata; forse meno alta di
un teatro o di una multisala cinematografica ma questi sono ambienti
familiari dove la dimensione spaziale è bilanciata dalla familiarità.
E poi c'erano loro, davanti a me, le due macchine gemelle, alte sei metri,
nere, potenti, terribili e silenziose. Giganti addormentati. E il loro odore
era ed lì a confermare una esistenza di vita soltanto sospesa.
La sala caldaia non mi fece la stessa impressione benchè fossimo entrati
dentro la caldaia stessa, e la sala colonne era un fitto bosco di radici
possenti a sorreggere i giganti addormentati.

L'allestimento museale ha fatto perdere questo impatto ma ne ha dato
un'altro: il continuo parlarsi fra macchine e statue, tra due archeologie,
tra due modi dell'umanità di lasciare tracce potenti. E può capitare che
l'odore delle macchine si mescoli ad un altro odore, quello delle le matite
dei ragazzi che, seduti per terra nella sala caldaia, ritraggono le statue
pazienti.
angela cannizzaro :)