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“…a cavallo di una tomba…”
Quando il grande Samuel Beckett ha messo in bocca ad uno dei personaggi
di “Aspettando Godot” questa frase, non immaginava certo quanto essa sarebbe
stata eccezionalmente intonata al contesto nel quale, a oltre cinquanta anni
dalla sua prima rappresentazione a Parigi, è stato presentato a Cerveteri
uno dei più grandi capolavori del Teatro dell’assurdo.
Ho sentito letteralmente formarsi sugli avambracci la caratteristica “pelle
d’oca”, e credo sia accaduto a tanti altri spettatori, che come me si sono
guardati intorno scrutando nel buio i severi profili delle tombe etrusche
che ci circondavano, scavate nella roccia.
Sì, perché, nell’ambito dell’Estate Cerite 2005, la Fondazione Archeologica
che insieme al Comune di Cerveteri organizza una serie di avvenimenti
culturali per celebrare degnamente il recente riconoscimento di “Patrimonio
mondiale dell’umanità” conferito dall’Unesco, ha scelto di rappresentare
questo ostico ma avvincente lavoro di Beckett nell’affascinate cornice della
Necropoli Etrusca della Banditaccia, da venerdì 29 a domenica 31.
Avevo già visto in teatro, nel 2002, “Aspettando Godot”, anche allora come
ora superbamente interpretato dalla “Compagnia Teatrale Castel del Sasso”,
sotto la magistrale regìa di quel grande professionista del teatro che è
Franco Alpestre, ma debbo dire, e non è stata solo la mia opinione, che
forse proprio per la suggestione creata dal sacro magico luogo che ci
ospitava, le sensazioni sono state fortissime, le singole sensibilità degli
ottimi interpreti – tutti, senza eccezione – si sono riversate in noi,
pubblico assorto e muto, come un vero fluido, quasi palpabile. Alle battute
finali di
Vladimiro “Bene, andiamo..?” ed Estragone “Sì, andiamo”, che però restano
fermi, fin quando il buio scenico li assorbe e li nasconde, esattamente così
come era successo alla fine del primo atto, sono seguiti almeno venti lunghi
secondi di assoluto silenzio, poi l’applauso è esploso, fragoroso,
interminabile, liberatorio.
È vero, neanche questa volta Godot si era fatto vedere, ma eravamo certi che
l’indomani, o magari il giorno dopo, o il giorno dopo ancora, in quel luogo
che non era un luogo, in un tempo senza tempo, dove solo un albero
scheletrito vive, finalmente sarebbe arrivato. E avrebbe risolto tutti i
loro e nostri problemi.
Clapiro