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                                                                                                   c'era una volta

Il Nasone
Le fontanelle di Roma costituiscono una rarità mondiale. Credo che sia difficile trovare in altre città del mondo una tale quantità di fontanelle sistemate nelle vie perché siano usate dai cittadini per dissetarsi. Chi non le conosce ? Chi abita qui, le ha usate e le userà sempre ed il turista che viene a Roma per la prima volta, o ne ha sentito parlare da amici che lo hanno preceduto, oppure, quando ci si imbatte , rimane sicuramente sorpreso nel vederle e d’estate rappresentano per lui un bel refrigerio o alternativa all’alto costo della bottiglia della minerale.
Sono realizzate in ferro brunito ed hanno una forma caratteristica conosciuta ormai anche fuori dai confini romani. Sembra una piccola colonna con un bel cappellotto intarsiato sopra ed il rubinetto ha una strana forma ricurva. Per questa ragione i romani la battezzarono subito “ il nasone “ poiché il rubinetto sembra un naso. E’ diventata quindi uno dei simboli di Roma conosciuta come il Colosseo, come San Pietro o Fontana di Trevi.
Per me che sono romano da sessantanove anni, sempre passati a Roma, “il nasone“ suscita ricordi che mi riportano all’infanzia, quando la città , ancora vuota di automobili ed altre distrazioni, offriva le fontanelle come punto di ritrovo della strada ove si abitava. Si giocava a palla, ci si rincorreva e poi, sudati, via alla fontanella a rinfrescarsi e magari a lavare graffi procurati nel giuoco. Io abitavo oltre la Basilica di San Giovanni fuori le mura in una bella strada larga, almeno allora lo era, perché le macchine non passavano e ne esistevano poche in giro. Parlo degli anni della guerra, nel 1945, ed io avevo dieci anni. D’estate, prima del pranzo e della cena, mia madre mi chiamava e mi diceva “vai a prendere l’acqua alla fontanella “. Noi eravamo fortunati perché l’avevamo a dieci metri dal portone di casa, così l’acqua in tavola era fresca ed il frigorifero era di là da venire.
Durante la guerra, quante volte mancava l’acqua in casa ed, allora, con tutti i recipienti che avevamo, dovevamo andare alla fontanella per caricarla per vivere, per cucinare e per i servizi. La fila spesso era lunga.

“Chi è l’ultimo?“  E li ad attendere il turno ed io, bambino, sentivo le “chiacchere“ del vicinato, non i gossip né i pettegolezzi, ma “non si trova il pane”, “il latte è scarso“, “i tedeschi“, “quando finirà questa maledetta guerra“.

E poi, quante volte, durante la fila, suonava la sirena che dava il segnale di un prossimo bombardamento aereo. Allora tutti di corsa al ricovero al riparo dalle bombe e tutti i recipienti rimanevano abbandonati vicino alla fontanella per essere ripresi dopo il passato pericolo.
La fontanella ha visto sfilare accanto anni di vita, buoni e cattivi per tutti, sempre lì ferma e pronta, immobile ed imperturbabile, a renderci il servizio per cui era stata creata.
Ora è tutto diverso. L’acqua fresca l’abbiamo in frigorifero, e se abbiamo sete in strada andiamo al bar ove c’è tutto quello di cui abbiamo bisogno.

 

Ora i “Nasoni“ non si vedono quasi più, perché sono resi invisibili dalle automobili che ci parcheggiano praticamente sopra.
Ma ci sono e ci fanno pensare che la vita è fatta anche di ricordi e di simboli. E la fontanella, “il nasone“, è un simbolo da non perdere e da non dimenticare perché sicuramente è una parte di Roma.

E questo è il mio nasone

 

Massimo Giacomozzi

 

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