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accade a Roma
Dal
vostro “inviato” a Venezia
Arrivare a Venezia il giorno prima della partenza ufficiale della mostra, e
recarsi al Lido per accreditarsi prima degli altri, ha rischiato di far
perdere tutto il fascino dell’iniziativa.
Attorno alle 4 del pomeriggio del 30 agosto ho calpestato il sacro suolo
dove per 10 giorni verranno proiettati centinaia di film ma il sacro suolo
era ancora di fase di organizzazione.
I pochi accreditati, confusi con i bagnanti che tornavano dalle spiagge,
vedevano nascere il futuro quartiere del cinema era ancora in fase di
definizione. Come una bislacca opera di architetto postmoderno, buona parte
degli elementi costitutivi erano ancora tristemente abbandonati a se stessi.
I metal detector erano stati montati ma ancora erano inattivi, e parevano
un’installazione di arte contemporanea. Gli stand erano ancora desolatamente
vuoti, pieni di scatole di cartone ancora da spalancare. Il bar aveva appena
aperto, ma secondo me serviva la birra ancora calda.
Mi sono guardato in giro e ho cominciato a gironzolare lì attorno. Ho
attraversato varie volte i metal detector e poiché ancora i varchi non erano
controllati, ho camminato due volte su e giù per la passerella sognando di
essere George. Ma non posso essere George, io sono sicuramente più bello e
affascinante di lui e il fatto che ancora non sia diventato famoso è legato
alla congiura dei venusiani che abitano sull’anello di mercurio che fanno di
tutto per non farmi conoscere al grande pubblico.
In compenso la biglietteria era già aperta, e ne ho approfittato per
comperare un biglietto e cercare di attaccare bottone con la cassiera, senza
che lei si sia neanche accorta del mio tentativo.
Mi siedo sulle scalinate del casinò e guardo la gente passare. Una buona
percentuale di romani. Quasi tutti fermi a chiacchierare, oppure a mandare
messaggini o a telefonarsi. Un altro po’ di persone si muovono senza fretta
e una piccola minoranza si affaccenda in misteriose occupazioni. Poliziotti
(molti con accento romano), carabinieri e finanzieri vagano e passeggiano da
un posto all’altro. Uno chiede a un suo collega: “ma quanno ariva Clooney?”
Mi rimiro con falsa indifferenza le moltissime ragazze che non sembrano
badare alla propria bellezza, ma che ogni tanto fanno voltare qualcuno.
Torno a casa, mi fermo in alcuni negozi a comperare provviste, e quando
negozianti, baristi e commesse ti identificano come un frequentatore della
mostra, con aria complice passano dal lei al tu. Fa un bell’effetto, ti fa
sentire importante anche se non lo sei.
Dal vostro inviato al secondo giorno della mostra (il primo ufficiale)
Arrivare alle 11 di mattina sul lido perché il vaporetto che hai preso prima
di concludere la sua corsa è passato prima per Pescara, poi per Bari, poi
per Dubrovnik infine per Istambul, non è proprio una cosa che ti mette in
pace col mondo. Per il futuro dovrò stare più attento a quale numero prendo,
non vorrei ritrovarmi in un rito iniziatico di cannibali tribali nelle isole
della Sonda.
Inoltre non ho mai capito perché si chiamano vaporetti quando invece vanno a
gasolio. A questo punto l’etimologo che è in ognuno di noi avrebbe già la
risposta pronta ma io ve la risparmio.
Mah, miracolo, questa mattina tutto funziona alla perfezione. Gli stand sono
aperti, i metal detector funzionano anche se i poliziotti non ancora deciso
se farti passare con la borsa o meno.
Mi fiondo all’area “Alice” dove credevo proiettassero un film coreano e
invece era una coproduzione italo – ceca - britannica. Andiamo per ordine,
il film si chiama “The Fine Art of Love – Mine Ha HA”, ora, chiunque di voi
avrebbe pensato di trovarsi di fronte a un film coreano o di Honk Kong,
quelle cose sull’incomunicabilità dove i due protagonisti per tutto il tempo
dicono tre parole, poi fanno una strage con l’ausilio di un trinciapolli e
poi si uccidono buttandosi nella calce viva e cantando un aria della
Traviata. Invece no, è un film di John Irvin con Jacqueline Bisset, Enrico
Lo Verso e Galatea Ranzi. Il regista è un eclettico, ha girato per esempio
“Hamburger Hill collina 937” e “Il quarto angelo”. Film fuori concorso che
assumerà il titolo italiano di “L’educazione fisica delle ragazze”, che si
richiama chiaramente alla sua origine letteraria. La sceneggiatura è tratta
da un romanzo di Frank Wedekind intitolato: “Mine Haha, ovvero
dell’educazione fisica delle fanciulle.” La definizione della sceneggiatura
è stato l’ultimo lavoro di Lattuada prima della sua scomparsa.
Quindi, a questo punto devo essere io a fare ammenda, però concorderete con
me che dal titolo sembrava proprio un film giapponese dove il protagonista
fa parte della Jacuzia ed è un killer professionista, però lui è un animo
sensibile perché ama i fiori di ciliegio. Sta pensando di smettere con
questa vita quando un giorno per rappresaglia gli uccidono il criceto a cui
tanto era affezionato. Lui non fa una grinza, compra una katana di seconda
mano e fa una strage. Anche in questo caso si suicida cantando o sole mio.
Il film racconta la storia di alcune ragazze in un istituto della Turingia
negli anni immediatamente precedenti la I guerra mondiale. A dirigere la
struttura è una severa direttrice (Jacqueline Bisset), che però mostrerà la
sua incapacità.
A me quest’opera è apparsa poco convincente. Attraversa tutti gli stereotipi
del cinema che si svolge nelle strutture chiuse. La repressione sessuale, lo
sbocciare dell’amore fra le ragazze, dei “cattivi” troppo programmaticamente
cattivi per essere credibili e una modalità di sviluppo della storia che da
l’idea di essere già vista. Uno spettatore vicino a me ha mormorato dopo
dieci minuti: “sappiamo già dove vuole andare a parare.” Dall’altra parte
però vi è una ricostruzione storica del periodo e della rigidezze educative
dell’epoca molto ben realizzate, un ottima recitazione dei protagonisti, la
presenza della sempre bella e affascinante Bisset, delle bellissime
inquadrature sulle ragazze che ballano e infine una capacità del regista di
ottenere una recitazione corale delle ragazze.
Alla fine però, il film non soddisfa e sembra mancare di grinta. Pellicola
comunque dignitosa. Il pubblico in sala ha accolto freddamente il film.
Sono poi passato di corsa a vedere, all’interno delle giornate degli autori
“Love” di Vladan Nikotic, un noir molto interessante, costruito sulla
frammentazione temporale e sulla moltiplicazione dei punti di vista. Si
svolge nella periferia degradata di una città nordamericana non specificata,
con un intrecciarsi di storie e di dolori. La maggior parte delle scene
avvengono fra strade sporche, muri scrostati, palazzi abbandonati, case
vuote, chiese sconsacrate. Ha alcune pecche e incertezze, ma nel complesso
un film da vedere e non disdegnare. Accoglienza tiepida del pubblico in
sala.
Ho concluso la giornata in bellezza vedendomi la prima opera di Lattuada, un
film del 1942 dal titolo “Giacomo l’idealista”. Una piccola nota: la copia
del film è stata trovata nell’archivio di Losanna, in Svizzera. Com
francesco castracane