c'era una volta
Roma,
dolce fanciulla troiana
Il 21 Aprile scorso Roma ha festeggiato il suo 2758° compleanno. Niente di
più arbitrario e “fasullo” nella
fatidica data del 753 a.C. stabilita “a posteriori” dallo storico della
corte imperiale augustea, Livio, per dar vita alla favoletta della
fondazione dell’Urbe, alla storiella dell’aratro e del solco, a Romolo e
Remo ecc.
Non farei, ovviamente, queste affermazioni se non fossi confortato dalle
autorevoli parole di un prestigioso storico come il Mommsen, che nella sua
Storia Romana scrive testualmente: “Naturalmente non si può parlare
assolutamente di una vera e propria fondazione di Roma come vuole la
leggenda…la favola della fondazione ad opera di Romolo e Remo non è che un
ingenuo tentativo della pseudostoria più antica….una Storia che voglia
essere veramente tale, deve prima di tutto scrollarsi di dosso favole del
genere…”
Il fatto è che l’Impero Romano aveva necessità di crearsi un nobile e
glorioso passato, incentrato sulla cultura classica Romana e Greca; così gli
storici dell’epoca mescolarono una gran quantità di remote leggende
tramandate oralmente, racconti di viaggiatori, fantasie poetiche, senza
badare troppo alla assoluta assenza di vere fonti storiche.
E allora, favola per favola, voglio raccontare un’altra leggenda, che nasce
da alcuni frammenti di versi del poeta siciliano del VI secolo a.C.
Stesicoro, relativa sempre alla nascita di Roma, che mi ha colpito per la
sua semplicità e umanità.
Siamo intorno al 1200 a.C.: Enea, scampato insieme a pochi fedeli seguaci
alla distruzione di Troia, vaga da anni per i mari, in un viaggio senza
apparente meta, in cerca di una terra ove finalmente stabilirsi. Per
l’ennesima volta - racconta Salvatore Spoto nella sua affascinante, a volte
inquietante Roma Esoterica - gli esausti naviganti tirano in secco le loro
navi “su una spiaggia tranquilla, alla foce di un fiume, incorniciata dal
verde di un bosco e, poco distante, da una corona di verdi colline.”
Roma, una dolce fanciulla troiana, insieme alle sue stanche compagne di
viaggio prepara il pasto per i marinai poi, mentre gli uomini cercano
ristoro alle loro fatiche nel vino, si sdraia sfinita sulla riva, il suo
sguardo vaga dall’orizzonte rosato alle ormai odiate navi, che l’indomani
dovranno riprendere l’ interminabile viaggio. Sospira, ed ai suoi sospiri si
aggiungono quelle delle altre sventurate donne; sono stanche di vagare senza
meta, vogliono costruirsi un focolare, una casa, generare e crescere figli.
Repentinamente, Roma si alza, prende in mano una torcia. Le altre la
imitano, la seguono in acqua, verso le navi. Improvviso, un bagliore di
fiamme rompe il buio, le navi bruciano, le donne urlano tutta la loro
rabbia, la loro sofferenza. Enea e i marinai accorrono sgomenti, cercano di
spegnere gli incendi, ma le lacrime delle loro donne li fermano. Le navi
finiscono di bruciare; qualcuno comincia a tagliare delle frasche, dei pali,
per costruire una capanna.
Sta per sorgere una nuova città: “Gli esuli di Troia la chiameranno Roma, lo
stesso nome dolce della fanciulla levantina che l’ha fortemente voluta e che
ha restituito agli sbandati la gioia di un focolare.”
Claudio Pirolli