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                                                                                                   accade a Roma

Vicolo Savini: il campo rom viene trasferito

Stamattina il campo rom di vicolo Savini è stato trasferito al 22° km della via Pontina. Una notizia dietro la quale c'è il lavoro paziente, saggio e silenzioso dell'Amministrazione che per un anno e mezzo ha interagito con le famiglie, con le associazioni che si sono costituite all'interno della comunità Rom, con il quartiere.

E ancora: dietro la notizia tutta una serie di cose che personalmente ho imparato ascoltando la conferenza stampa, un mondo che forse non ha nulla, assolutamente nulla della poesia dello "zingaro" girovago.

A Roma esistono oggi, ancora, 26 insediamenti Rom contro i 53 censiti nel 1994: nel censimento sono stati presi in considerazione tuti gli insediamenti, dal campo di vicolo Savini con 800 persone al piccolo insediamento di tre persone sotto un ponte.

Il nomadismo è una condizione ormai formale, una sorta di convezione linguistica che identifica più una etnia (l'etnia è quella Rom, le nazionalità sono Serba, Croata e una minoranza Rumena) piuttosto che una condizione, visto che i "nomadi" dei campi sono in realtà stanziali da almeno tre generazioni. Vale il racconto di un operatore dell'ARCI: "qualcuno dei bambini che 13 anni fa abbiamo indirizzato alla scolarizzazione, adesso è genitore ed è diventato mediatore culturale".

La scolarizzazione è la forma più importante di integrazione. E sull'integrazione penso si possano aprire mille riflessioni su cui vale una per tutte: ognuno deve vivere secondo le proprie tradizioni ma rispettando le regole del territorio e della società civile in cui si vive, per scelta o per necessità. Integrazione, nel caso dei bambini, significa aprire la possibilità di una scelta: rubare o avere una formazione tale da aspirare ad un lavoro. Integrazione può significare una possibilità di vita migliore senza lasciare la propria comunità.

Non sono mai stata in un campo nomadi ma con un po' di fantasia posso immaginare, Il campo attrezzato fatto di tende della protezione civile, è dotato di allaccio elettrico, bagni, docce e acqua calda. Ci sono, cioè, cose minime che noi "stanziali" diamo per scontate. Il che ci lascia intendere cosa deve essere stato vicolo Savini e quanto poco sarà rimpianto. Entro 60 giorni dalle tende, la comunità sarà trasferita in un campo attrezzato fatto di prefabbricati con servizi igienici. Chi vuole tornare al paese di origine, sarà assistito dal Comune in collaborazione con i comuni di destinazione: ci sono rom che in realtà non sono tali, che sono immigrati dai paesi dell'est Europa arrivati al campo nomadi non per scelta ma per necessità.

E chi vuole scegliere l'integrazione, può avere il buono casa ed entrare nelle graduatorie per l'assegnazione di un alloggio.

E ogni mattina ci sono i pullman che portano i bambini a scuola, la stessa che frequentavano l'anno scorso.

Che storia! Non si finisce di imparare. ...per fortuna.

Una chicca: il campo nomadi di vicolo Savini era una problema aperto già dagli anni '60 tanto cheVeltroni ci ha raccontato che negli anni '70, quando frequentava l'istituto Rossellini per il Cinema a viale Marconi, vicolo Savini fu una delle sue esercitazioni di ripresa. Chissà se le ha salvate?

 

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