c'era una volta

Si andava al mare
Dopo gli anni bui del dopoguerra, le strade sono di nuovo piene di
gente, si vendono sigarette "sciolte o a Pacchetti".
I mariti accompagnano le mogli a votare per la prima volta, preoccupati
che non sporchino le schede con il rossetto.
Le casalinghe diventano le padrone di casa e imparano a far funzionare
i primi elettrodomestici, i mariti sognano la "seicento" che costa 700.000
lire nel 1950, mentre lo stipendio di un operaio è di 20.000 lire e quello
di un impiegato di 30.000 lire.
L'Italia cambiava pelle ma rimaneva ancora attaccata alle vecchie
tradizioni.
La domenica era un giorno di allegria: intere famiglie Romane
trascorrevano le ore al mare sdraiate e pigre al sole cercando la famosa
tintarella. Noi ragazzini già dalla sera prima non stavamo più nella pelle.
Andavamo a dormire con addosso lo "slip" da bagno con i laccetti bianchi ai
lati. Le giovani ragazze come mia sorella e le sue amiche favoleggiavano su
un improbabile incontro con un principe azzurro e in tanto si misuravano il
"due pezzi" che consisteva in un paio di braghe di cotone altissime in vita
per nulla sgambate e in un reggiseno ampio come un corpetto.
Al mattino ci svegliava l'odore proveniente dalla cucina dove mia
madre era intenta a friggere le fettine panate e cuocere gli spaghetti.
La carne veniva messa dentro una grossa insalatiera con coperchio e
avvolta in un canovaccio .La pasta appena cotta e condita rimaneva nel
grosso pilone ancora bollente. Mia sorella preparava gustosi panini con
salame e frittata e alla fine riempiva grosse e capienti borse .
Intanto arrivavano in casa nostra i figli della portinaia, nostri amici
d'infanzia, ancora assonnati. Le amiche di mia sorella, nostre vicine,
arrivavano schiamazzando sorridenti e finalmente la comitiva era pronta per
andare al "mare"
Occorreva percorrere un tratto di strada a piedi della Via Appia per
arrivare fino a Via Mondovì dove c'era il capolinea del 18/23 che ci avrebbe
portato fino alla stazione Ostiense, dove prendevamo il trenino della Roma
Ostia per raggiungere il "Lido centro".
Mio fratello grande comandava la comitiva, spesso si fermava in un
chiosco a comprare un grosso cocomero che ci avrebbe dissetato sotto la
calura del solleone. Una volta sulla spiaggia, questo veniva sistemato
dentro una buca sul bagnasciuga affinché l'acqua del mare lo conservasse
fresco e toccava a noi fare la "guardia".
Sul" tranve" (così lo chiamavano i Romani) incontravamo altre famiglie
numerose e confusionarie con tanto di panini alla mano. I ragazzini
bisticciavano perchè volevano stare vicino al finestrino e si divertivano a
fare le smorfie e le linguacce alle auto che superavano il tram.

Alla stazione Ostiense la folla si accalcava sul marciapiede in attesa che
arrivasse il trenino, qualcuno addirittura camminava a fianco delle
portiere fino a che queste si aprivano, allora una fiumana di gente si
riversava dentro i vagoni ed era un vero e proprio assalto ai posti a
sedere. Chi arrivava prima chiamava i propri parenti e amici a voce alta.
"Mario dove sei? hai preso il pupo??... "Antonio sto in quest'altro
vagone!!... " "Giuseppe dove sta la borsa?... "
Qualche bambino piangeva perchè non trovava più la mamma, ma poi tutto
finiva bene. Non riesco a ricordare casi gravi di intolleranza, anzi c'era
tanta solidarietà e ci si aiutava a vicenda. Spesso il tragitto veniva
rallegrato da gruppi di ragazzi: uno suonava la chitarra e tutti cantavano
canzoni dell'epoca:"La cucaraccia, la cucaraccia... " oppure: "solo me ne vo
per la città...." ancora: "Quanto sei bella Roma...."sotto lo sguardo
divertito e ammirato delle ragazze.
I "Battistini", storico stabilimento del litorale romano, fondato nel 1911,
appena 3 anni dopo che la Via Ostiense era stata prolungata fino al mare,
era il luogo dove si consumavano le infinite storie minori della gente
capitolina e dove vicissitudini diverse si incrociavano sotto l'ombrellone.
All'entrata dello stabilimento era sistemata una lavagna con del gesso che
serviva per lasciare dei messaggi agli amici ritardatari indicando il numero
di cabina o il posto dell'ombrellone.
Mio fratello grande era sempre il più svelto a fare i biglietti di ingresso
e ad affittare il "casotto" grande , poichè una semplice cabina non sarebbe
stata sufficiente. Noi ragazzini eravamo i primi a rotolarci sulla sabbia e
fare delle buche con il "secchiello e la paletta".
Mia
sorella e le ragazze entravano nel casotto tenendosi per mano, si
allacciavano vicendevolmente le bretelline del costume e controllavano che
non ci fossero buchi nelle pareti di legno che servivano per spiare le donne
dal casotto contiguo. Mio fratello e i ragazzi più grandi indossavano certi
costumi sformati di lana leggera sorretti da una cinturina di tela bianca
che appena in ammollo si appesantivano e scivolavano verso il basso, finito
il bagno occorreva strizzarli davanti e di dietro. Entravano in acqua con la
cuffia di gomma abbassata sulle orecchie per non rovinare i capelli pieni di
brillantina. Raramente sapevano nuotare, ci provavano con movimenti da
ranocchio nell'acqua bassa e si buttavano da terra con degli improbabili
tuffi.
Le attrezzature da spiaggia erano spartane: i "sandalini" con le pagaie
dove le ragazze accettavano di di farsi gongolare nell'acqua bassa .
"Oddio non ti allontanare qui non si tocca...." Non si vedevano motoscafi, i
primi gommoni erano canotti di salvataggio dell'aviazione americana, Mia
madre non metteva mai il costume da bagno, rimaneva con un vestitino leggero
fino alle ginocchia e da sotto l'ombrellone vigilava su noi ragazzini e
sulle ragazze mentre facevamo il bagno.
L'ora di pranzo era quella più spassosa e folcloristica. mia madre,aiutata
dalle ragazze, preparava il tavolo all'interno del casotto e tirava fuori
dalle sporte ogni ben di Dio: metteva la pasta nei piatti , ormai divenuta
una sorta di frittatona, e la serviva ad ognuno di noi che si era sistemato
alla meglio. " A me tanta!" dicevano i ragazzini. Le mani erano talvolta
imbrattate di sabbia e insieme alla pasta e alle fettine panate
sgranocchiavamo anche qualche granello di sabbia. Non potevamo fare troppo
gli schizzinosi, la fame era tanta.
Al tramonto, stanchi ma felici e arrossati dal sole prendevamo la via del
ritorno. Una moltitudine di gente si trascinava letteralmente verso la
stazione del "lido centro" per riprendere il treno che li riporterà a casa.
Visi arrossati e stravolti per la stanchezza, bambini che dormono in braccio
alle mamme, molti si lamentano per il dolore alle spalle bruciate dal sole.
Il treno si ferma si spalancano le porte, ma la ricerca dei posti a sedere è
meno chiassosa ed euforica del mattino. durante il tragitto qualcuno accenna
ad un pisolino. Arrivati ad Ostiense, la fatica più grande era quella di
prendere il tram fino al capolinea e poi camminare a piedi fino a casa.
Pensare che poco più di mezzo secolo fa il bel paese era così.
schegge di nostalgia di UBALDO detto Duccio