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for de porta
Un'altra avventura dei romani fuori porta in vacanza. Riceviamo da Simona il resoconto del suo viaggio sulla famigerata Salerno-Reggio Calabria.
VIAGGIO
ALLUCINANTE
Breve cronaca poco seria di un serissimo disagio
Dove: Salerno - Reggio Calabria, verso nord
Quando: sabato, 27 agosto
Chi: Stefano, Simona, cane Maia e migliaia di altri sventurati
Altri personaggi in ordine di apparizione:
operatori ANAS muniti di bandierine rosse, freschi di corso di
specializzazione presso le scuole per sbandieratori delle contrade senesi;
poliziotti in automobile, ivi inclusa la mitica Lamborghini superveloce,
sull’utilità della quale ancora ci interroghiamo ogni sera, prima di
adagiare il capo sul cuscino;
file multicolore di bagni chimici Sebach, collocati in diversi punti
strategici;
ambulanze poste accanto ai suddetti bagni con macabro senso dell’umorismo;
paramedici in numero inquietante.
Il tutto per garantire un sereno rientro… senza aver fatto i conti con la
protagonista, ossia la famigerata SA-RC.
Quel sabato, in pieno controesodo, ma confortati dalle allegre pubblicità
sul ridotto numero dei cantieri sulla suddetta autostrada e dall’andata
relativamente scorrevole, eccezion fatta per le due interruzioni
rispettivamente di ca. 80 e 50 km, abbiamo deciso di metterci in marcia da
Capo Vaticano alle tre del pomeriggio. Il tempo era splendido, nel percorso
per raggiungere l’entrata di Pizzo abbiamo salutato con rimpianto Tropea,
pensando alla sua bellezza, Pizzo stessa, pensando ai suoi gelati, e ci
siamo fermati all’imbocco dell’autostrada per comprare cipolle, peperoncini,
fileja e tutto quanto potesse farci tornare in mente la nostra vacanza
calabrese, anche solo gustandone i sapori. INGENUI! Non sapevamo ancora che
dimenticarla sarebbe stato impossibile.
Proprio lì, all’imbocco, è avvenuto il primo incontro con gli sbandieratori
ANAS, intenti a sventolare furiosamente i loro straccetti rossi.
«Che c’è? Già qualche problema?»
«Giusto un chilometruccio di coda fino a Lamezia, niente di che.»
Vabbe’ si può fare, un chilometruccio di coda. In effetti, si poteva fare.
Solo che più avanti, appena lasciata la Calabria, all’altezza di Lagonegro,
è avvenuta la catastrofe. Privi di un briciolo di capacità divinatoria,
abbiamo detto:
«Ci fermiamo al prossimo autogrill, così prendiamo un caffè e facciamo
sgranchire Maia.»
NON C’ERA IL PROSSIMO AUTOGRILL! Nessuno tra i figuranti sbandieratori, i
paramedici e i bagni Sebach ha avuto cuore di informarcene, e noi, fiduciosi
fino alla demenza, abbiamo proseguito, entrando nell’incubo. Autostrada a
una corsia fino a Salerno, con scoraggianti momenti di stasi assoluta,
interrotti a tratti dal passaggio della Lamborghini, che sfoggiava la sua
potenza sfrecciando sulla carreggiata opposta, peraltro deserta,
risvegliando in noi, automobilisti fritti e frollati, istinti bassi e
vergognosi, che mai avremmo sospettato di albergare.
Intanto si allungavano le ombre e calavano le tenebre. Maia cominciava a
interrogarsi su quando avrebbe fatto la pipì e le migliaia di altri
prigionieri facevano altrettanto. Alle piazzole di sosta si assisteva a
rimpatriate tra automobilisti che suggellavano la profonda amicizia nata
nella sventura condivisa, scambiandosi panini marmorei ripieni di affettati
mummificati, accompagnati da bottiglie d’acqua resa perfettamente asettica
dal raggiunto e superato livello di ebollizione. I più deboli si liberavano
la vescica in angoli improbabili, ostentando disinvoltura. I bambini, alla
cinquantaduesima canzoncina di Cristina D’Avena, davano segni di squilibrio
irreversibile. E noi saltellavamo sui sedili.
All’altezza di Salerno, dopo sei ore di tortura, ci siamo finalmente
infilati in un autogrill. Io provvedevo ai bisogni di Maia e Stefano ai
suoi. Tornava con due panini indefinibili e la notizia che, per accelerare i
tempi di seduta al gabinetto, gli uomini erano stati dirottati verso i bagni
Sebach (veri protagonisti!) e le donne potevano usufruire dei servizi al
gran completo. Con il risultato che mentre tutte noi ci congratulavamo per
la resistenza dimostrata, alcuni uomini si infilavano imperterriti nei
cessi, inseguiti da un improvvisato guardiano urlante. Insomma, l’intimità
era un’ipotesi.
Usciti dalla SA-RC, abbiamo ritrovato il gusto dell’autostrada a tre corsie.
Oooh, meraviglia! Il traffico era sparito, si andava come il vento. Che
pensare? Ovviamente, presi dalla frenesia di arrivare, tutti correvano
all’impazzata, abbandonandosi a straverie inenarrabili, pur con le macchine
cariche, i tettini invasi e i portabagagli sul punto di esplodere. Tant’è
che a un certo punto il bagaglio di un malcapitato ha ritenuto che fosse
giunto il suo momento, suicidandosi con gesto spettacolare e spargendo
indumenti, souvenir e una bicicletta sulla carreggiata. Il TIR che seguiva
ha sbandato paurosamente, provocando in noi che arrivavamo diversi livelli
di coccolone. Nel mio caso è comparsa una mèche involontaria tra i capelli,
di un candore davvero singolare.
Giunti al casello in uscita per Roma, abbiamo fatto la seguente, funesta
riflessione:
«Meglio pagare con il Fastpay, così ci sbrighiamo.»
Non fosse che la macchinetta infernale si è mangiata il bancomat di Stefano,
provocando in lui uno sdegno da santi del calendario e nelle persone in coda
alle nostre spalle una reazione da sommossa popolare. Voce dell’operatore:
«Che è successo?»
«La macchina mi ha rubato il bancomat.»
«Ah! Veda ‘n po’ se j’esce mo’?»
«Non esce niente.»
«Ah! Je manno quarcuno.»
«Grazie.»
Il casello viene chiuso, intrappolando con noi un’intera famigliola. Il
capofamiglia:
«Ma si t’ha rubbato er bancomat te conviene annà ner sottopasso.»
«Io da qui non mi muovo, devono venire loro.»
Il capofamiglia, riconoscendo i nostri diritti e rivolgendosi ai fantomatici
operatori:
«Ahó, ma io da qua devo da uscì! Ma che stamo a scherzà, ma che è un
sequestro?! Aprite ‘sta sbara, namo ‘n po’!»
E poi a quella che presumiamo fosse la moglie:
«A Raffaè, resta in machina, nun te move, sta’ seduta!»
Poi è arrivata l’operatrice, che in un romano da Sora Cecioni si è informata
sulla situazione e dopo venti minuti di inciafrugliamenti con la macchinetta
ha recuperato il bancomat.
Non abbiamo osato respirare fino all’arrivo a casa, a mezzanotte e mezza.
Traete le vostre conclusioni
simona fefè