10/10/2005      chi siamo scrivici

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                                                                                                   accade a Roma

Da porta a porta, in una bella domenica di ottobre

Domenica mattina Roma si è svegliata sotto un cielo azzurro che da molti giorni ci mancava, illuminata e riscaldata da un sole che esaltava in tutto il loro splendore i colori delle case e dei tetti, il verde smagliante degli alberi, lavati e lucidati dalle interminabili piogge dell’ultima uggiosa settimana. Quale migliore incentivo per spingermi a vincere l’ innata pigrizia e accogliere l’invito a prendere parte alla passeggiata “da Porta a Porta” proposta dall’Ufficio Turismo del Comune!
Tra le due alternative in programma ho scelto il percorso da Porta San Paolo al “Monte de li cocci”, in quel quartiere di Testaccio cui tanti ricordi della mia infanzia e della mia adolescenza, sebbene monticiano purosangue, mi legano.
Nell’accodarmi alla guida, un simpatico e preparato giovane che ha saputo tenere desta la nostra attenzione per tutta la durata della visita, pensavo a quanto di colpo cambiano di aspetto e di importanza luoghi e oggetti che per anni e anni sono stati costantemente sotto i nostri occhi, che abbiamo continuamente visto – io ho abitato per i primi venti e passa anni della mia vita a cinquanta metri dalle mura aureliane di viale Castrense – ma non abbiamo mai guardato. E ora le parole di quel ragazzo aprivano davanti a me tutto un mondo nuovo, cose che magari scolasticamente erano già a mia superficiale conoscenza, ma che ora assumevano una importanza tutta diversa.
E così venivo a saper che la grande opera di recinzione della città voluta da Aureliano, dopo che la città era enormemente cresciuta tutta intorno alle vecchie mura di Servio Tullio, era stata una vera e propria boccata di ossigeno, una occasione unica per lavorare, dato il periodo di crisi dell'economia dell’epoca, per le maestranze civili (il Genio militare cui sarebbe spettato tale compito era allora impegnato in Italia settentrionale e in Oriente) che la realizzarono in poco più di quattro anni. Apprendevo anche, “nihil novo sub soli”, è proprio vero, che Aureliano, per risparmiare, utilizzò il più possibile i terreni appartenenti al demanio imperiale, limitando al massimo gli espropri di terreni privati, che anche allora costavano ‘na cifra!
Così il Tevere venne inserito nel Progetto, come la Piramide Cestia, tratti degli acquedotti preesistenti, eccetera.
A proposito della Piramide di Caio Cestio, meta della nostra seconda tappa, qualche considerazione lasciatemela fare. Certo che questo funzionario preposto ai banchetti sacri in onore degli dei doveva essere un bel megalomane! Va bene che fosse pretore, tribuno della plebe, settemviro degli Epuloni, eccetera eccetera, ma arrivare a farsi erigere la propria tomba sul tipo di quella dei faraoni… Bè, insomma! E forse non sapete che il tizio è arrivato a far incidere su un lato del basamento il proprio testamento, nel quale elencava puntigliosamente tutti i suoi eredi, che dovevano ultimare la costruzione della piramide in un anno, non un giorno di più, pena la perdita dell’ eredità. Meno male che l’opera fu realizzata in 300 giorni!
Ma la cosa che più mi attirava, di tutta la passeggiata, era sicuramente la scalata del “Monte de li cocci”. E la curiosità è stata veramente soddisfatta, la nostra guida è stata veramente impagabile, con la sue descrizioni, i particolari più accattivanti, i dati più sorprendenti.
Questa collina artificiale, alta un trentina di metri rispetto al terreno circostante, è costituita esclusivamente di cocci (ecco: Testaccio = “testae” cioè cocci) di anfore, cinque milioni e passa di anfore ex olio! Le cose andarono così: ci troviamo nella spianata dell'Emporio, in prossimità del porto fluviale creato nel II sec. a.C.; le navi, che provenivano dalla Spagna e dall'Africa e risalivano il Tevere fino a Roma, dopo aver scaricato la merce ritiravano “i vuoti” che erano stati utilizzati una sola volta, rinunciando a quelli impregnati dall’odore di olio di reiterati trasporti - i romani, si sa, erano di gusti raffinati – che venivano quindi abbandonati e ridotti in frammenti in quanto era più conveniente distruggere le anfore piuttosto che pulirle per riutilizzarle. Una parte dei cocci, i più minuti, venivano usati, mescolati a calce, per le costruzioni (il noto “coccio pisto” versato nelle intercapedini tra due muri) il resto veniva ammucchiato, fino ad arrivare all’attuale livello, in ordinati strati intervallati da uno di calce, che serviva a spegnere il processo di decomposizione dell'olio.
Insomma, noi posteri, è inutile, non ci siamo inventati proprio niente! I vuoti a perdere, il riciclaggio, la discarica. C’era già tutto, da allora!
Claudio

 

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