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accade a Roma
Da
porta a porta, in una bella domenica di ottobre
Domenica mattina Roma si è svegliata sotto un cielo azzurro che da molti
giorni ci mancava, illuminata e riscaldata da un sole che esaltava in tutto
il loro splendore i colori delle case e dei tetti, il verde smagliante degli
alberi, lavati e lucidati dalle interminabili piogge dell’ultima uggiosa
settimana. Quale migliore incentivo per spingermi a vincere l’ innata
pigrizia e accogliere l’invito a prendere parte alla passeggiata “da Porta a
Porta” proposta dall’Ufficio Turismo del Comune!
Tra le due alternative in programma ho scelto il percorso da Porta San Paolo
al “Monte de li cocci”, in quel quartiere di Testaccio cui tanti ricordi
della mia infanzia e della mia adolescenza, sebbene monticiano purosangue,
mi legano.
Nell’accodarmi alla guida, un simpatico e preparato giovane che ha saputo
tenere desta la nostra attenzione per tutta la durata della visita, pensavo
a quanto di colpo cambiano di aspetto e di importanza luoghi e oggetti che
per anni e anni sono stati costantemente sotto i nostri occhi, che abbiamo
continuamente visto – io ho abitato per i primi venti e passa anni della mia
vita a cinquanta metri dalle mura aureliane di viale Castrense – ma non
abbiamo mai guardato. E ora le parole di quel ragazzo aprivano davanti a me
tutto un mondo nuovo, cose che magari scolasticamente erano già a mia
superficiale conoscenza, ma che ora assumevano una importanza tutta diversa.
E così venivo a saper che la grande opera di recinzione della città voluta
da Aureliano, dopo che la città era enormemente cresciuta tutta intorno alle
vecchie mura di Servio Tullio, era stata una vera e propria boccata di
ossigeno, una occasione unica per lavorare, dato il periodo di crisi
dell'economia dell’epoca, per le maestranze civili (il Genio militare cui
sarebbe spettato tale compito era allora impegnato in Italia settentrionale
e in Oriente) che la realizzarono in poco più di quattro anni. Apprendevo
anche, “nihil novo sub soli”, è proprio vero, che Aureliano, per
risparmiare, utilizzò il più possibile i terreni appartenenti al demanio
imperiale, limitando al massimo gli espropri di terreni privati, che anche
allora costavano ‘na cifra!
Così il Tevere venne inserito nel Progetto, come la Piramide Cestia, tratti
degli acquedotti preesistenti, eccetera.
A proposito della Piramide di Caio Cestio, meta della nostra seconda tappa,
qualche considerazione lasciatemela fare. Certo che questo funzionario
preposto ai banchetti sacri in onore degli dei doveva essere un bel
megalomane! Va bene che fosse pretore, tribuno della plebe, settemviro degli
Epuloni, eccetera eccetera, ma arrivare a farsi erigere la propria tomba sul
tipo di quella dei faraoni… Bè, insomma! E forse non sapete che il tizio è
arrivato a far incidere su un lato del basamento il proprio testamento, nel
quale elencava puntigliosamente tutti i suoi eredi, che dovevano ultimare la
costruzione della piramide in un anno, non un giorno di più, pena la perdita
dell’ eredità. Meno male che l’opera fu realizzata in 300 giorni!
Ma la cosa che più mi attirava, di tutta la passeggiata, era sicuramente la
scalata del “Monte de li cocci”. E la curiosità è stata veramente
soddisfatta, la nostra guida è stata veramente impagabile, con la sue
descrizioni, i particolari più accattivanti, i dati più sorprendenti.
Questa collina artificiale, alta un trentina di metri rispetto al terreno
circostante, è costituita esclusivamente di cocci (ecco: Testaccio =
“testae” cioè cocci) di anfore, cinque milioni e passa di anfore ex olio! Le
cose andarono così: ci troviamo nella spianata dell'Emporio, in prossimità
del porto fluviale creato nel II sec. a.C.; le navi, che provenivano dalla
Spagna e dall'Africa e risalivano il Tevere fino a Roma, dopo aver scaricato
la merce ritiravano “i vuoti” che erano stati utilizzati una sola volta,
rinunciando a quelli impregnati dall’odore di olio di reiterati trasporti -
i romani, si sa, erano di gusti raffinati – che venivano quindi abbandonati
e ridotti in frammenti in quanto era più conveniente distruggere le anfore
piuttosto che pulirle per riutilizzarle. Una parte dei cocci, i più minuti,
venivano usati, mescolati a calce, per le costruzioni (il noto “coccio pisto”
versato nelle intercapedini tra due muri) il resto veniva ammucchiato, fino
ad arrivare all’attuale livello, in ordinati strati intervallati da uno di
calce, che serviva a spegnere il processo di decomposizione dell'olio.
Insomma, noi posteri, è inutile, non ci siamo inventati proprio niente! I
vuoti a perdere, il riciclaggio, la discarica. C’era già tutto, da allora!
Claudio