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                                                                                                    c'era una volta

Fontana di Trevi: l’Asso di Coppe
Una domenica pomeriggio del gennaio scorso ebbi occasione di accompagnare una mia giovanissima amica russa, anzi moldava, ci tiene a precisare, in un breve giro per Roma; avevamo a disposizione poche ore prima del buio, ci limitammo quindi alla solita passeggiata a piedi che faccio in occasioni simili: San Pietro, Castel S. Angelo, i Coronari, Piazza Navona e, immancabile, Fontana di Trevi.
Ricordo che era una giornata tipica dell’inverno romano, qualche sprazzo di sole che usciva di tanto in tanto tra nuvoloni neri gravidi di pioggia, una tramontanina da arrossare orecchie e punta del naso. La ragazza non fece davvero caso al clima, probabilmente i suoi inverni sono ben altro rispetto ai nostri, estasiata com’era di fronte a tanta bellezza e maestosità che le sfilava davanti agli occhi.
Giunti a Fontana di Trevi, piena di giapponesi nonostante la stagione invernale, la mia giovane amica gettò alle spalle la consueta monetina, “dieci centesimi, ma non è troppo poco?”, era preoccupata per l’esiguo importo, sarebbe stato sufficiente a garantirle il ritorno a Roma? Anzi, mi chiese esitante, il lancio della monetina non poteva essere utilizzato per l’esaudimento di un altro grandissimo desiderio, molto più impellente del consueto? Si riferiva alla sua forzata lontananza, per motivi di lavoro, dal marito e dalla figlia di appena due anni, così lontani da lei…
Per darle qualche speranza le raccontai allora un’altra tradizione legata alla fontana, meno nota ma più romantica, ormai quasi dimenticata: fino a qualche decina di anni fa, quando un giovane doveva partire per mete lontane e per un tempo abbastanza lungo, si recava insieme alla sua ragazza a Fontana di Trevi, la giovane riempiva di acqua della fontana un bicchiere – attenzione, doveva essere nuovo di zecca e mai usato – e ne faceva bere il contenuto al suo uomo. Ecco, ora il giovane non avrebbe più dimenticato né lei né Roma. La ragazza mi guardò un po’ perplessa, ricordo, girando lo sguardo da me alle decine di mani, giapponesi e non, che venivano immerse continuamente, per gioco, nell’acqua non troppo limpida e assai fredda della fontana.
Passeggiavamo attorno al monumento, giungemmo all’angolo di destra, verso via della Stamperia. La giovane moldava mi chiese, me lo aspettavo, cosa fosse quello strano oggetto, una specie di grande coppa ricolma di gelato, o panna, messo sulla balaustra. “E’ l’asso di coppe” le dissi sorridendo, ma lei non conosceva assolutamente le carte italiane e non poteva afferrare la similitudine; Le raccontai allora che al posto del negozio che ora si trova proprio al cospetto della enorme “coppa” c’era all’epoca un negozio di barbiere, dove, si racconta, Nicola Salvi, il costruttore della fontana, usava radersi la barba. Bene, il barbiere, che doveva essere un tipetto pedante e “impiccione”, mentre radeva l’architetto non faceva che fargli notare difetti e dargli suggerimenti sulle modifiche da fare alla fontana. Finché, stufo delle critiche, l’architetto fece realizzare il misterioso oggetto, in realtà la coppa dove i barbieri “montano” la schiuma del sapone da barba, e in una notte lo fece sistemare proprio di fronte al negozio, in modo che occultasse completamente la vista del suo capolavoro.
Questa storia è assai nota, tutti i romani e tutte le guide turistiche la conoscono. La mia amica mi guardò con un sopracciglio alzato e sorridendo commentò: “Certo, tu sei veramente un grande improvvisatore di favole… ma dai, chi mai sprecherebbe tanto lavoro e tanta pietra solo per giocare?”
Claudio Pirolli

 

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