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17.07.2006 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                c'era una volta

Il mio 19 luglio ‘43

Sono nato il 19 luglio 1935. Mio padre esattamente 30 anni prima, il 19 luglio 1905.
La mattina di quel 19 luglio era iniziata come tutte le altre, magari con qualche differenza; mia nonna materna, Aude, era riuscita a racimolare il minimo indispensabile per preparare una crostata, sia pure autarchica. Il giorno prima mio padre, nei suoi giri di collaudo degli autobus dell’ATAG in riparazione – era capo officina nella rimessa di Santa Croce – in uno dei paesetti della Tiburtina meta delle sue periodiche “escursioni alimentari”, aveva rimediato un pollo e un cocomero, quale goduria ci si prospettava per la festa del duplice compleanno!
Verso le dieci e mezza, minuto più minuto meno, il lugubre ululare delle sirene. Ormai ci avevamo fatto il callo, una scrollata di spalle e niente più. Tanto Roma non l’avrebbero mai e poi mai bombardata, ci avevamo il papa! Invece quella volta ci eravamo sbagliati, tutti. I “liberatori” americani, scegliendo proprio la data storica dell’incendio di Roma da parte di Nerone (ma l’avranno veramente saputo o fu un caso?) riversarono su Roma quasi settecento tonnellate di bombe, a tappeto, sganciate da più di trecento bombardieri. Verso le undici meno un quarto un rombo indescrivibile, continuo, orribile anche se ormai vive solo nella memoria di un ricordo di oltre sessanta anni fa, scosse il cielo della zona di Santa Croce, dove vivevamo. “Giù, giù tutti, al rifugio!” e “la borsa, la borsa con gli ori!!” urlarono contemporaneamente mia madre e mia nonna. Mi scaraventai giù per cinque piani di scale. Passando davanti al “finestrone” del quarto piano, tre metri per tre, vidi un’ombra, gigantesca e ingigantita dal terrore puro, che, giuro, ho ancora davanti agli occhi: un enorme fragoroso aereo che copriva tutto il mio campo visivo, non poteva non urtare i tetti del mio palazzo, ne fui certo in pochi attimi. Ovviamente era alto chissà quante centinaia di metri su di noi ma i miei sensi dicevano di no, era lì, proprio lì.
Restammo nel rifugio almeno fino alle due e mezza, credo, fin quando suonò il cessato allarme. Le donne che piangevano e pregavano, noi ragazzini che dopo un po’ avevamo accantonato la paura e facevamo gli spavaldi, cercando di occhieggiare dalle fessure se si vedevano i “traccianti” della contraerea.
Verso l’una mio padre era corso a casa, dall’officina di via Nola che distava meno di cinquecento metri, poi era subito scappato via, ancor prima del cessato allarme: si era già saputo che la maggior parte delle bombe era caduta su San Lorenzo, dove vivevano tutti i nostri parenti, si parlava di centinaia e centinaia di morti, forse mille. Papà torno che era quasi notte, stravolto, coperto di polvere dalla testa ai piedi. Dio volle che nessuno dei miei, nonni paterni, zii, cugini, fosse stato colpito.
Una immagine è ancora viva nella mia memoria, a sessantatre anni di distanza da quel compleanno che non potemmo festeggiare. Mi vedo ancora seduto in terra, sotto il davanzale della finestra della cucina, in lacrime, abbracciato al grande cocomero che non avevamo mangiato, e nemmeno la crostata, perché mio padre non si decideva a tornare. Ed era il nostro compleanno!!

Claudio

 


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