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26.04.2008 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                          soggettive

Il 25 aprile

Quando è stata liberata Roma, io avevo otto anni.. Avevo già avuto difficoltà per la mia giovane età per la guerra, fame, rinunce e paure. La paura di morire che per me, che avevo otto anni, vedevo come un’ ingiustizia senza fine. Eppure quanti bambini sono morti durante la guerra, sicuramente tanti, troppi. La guerra è sempre brutta, senza giustificazione, senza che possa risolvere veramente nessuna controversia tra popoli.

 

Per me la festa della Liberazione è la liberazione di Roma perché è quella che ho vissuto. Ricordo quei momenti come lampi di memoria. La città era immobile e silenziosa, almeno nel mio quartiere in Circonvallazione Appia. Correvano voci solo da un palazzo all’altro. I tedeschi erano stati visti andar via verso il nord e qualcuno diceva di fare attenzione perché poteva essere una tattica per rientrare all’improvviso e fare retate delle persone trovate in strada.

 

Ma gli alleati quando entrano in città! Nella mia zona non vi erano partigiani in armi ma solo giovani sbandati che erano scappati da retate o nascosti per non dover servire i tedeschi. Silenzio irreale. Poi all’improvviso le grida “eccoli, arrivano da Via Appia “ ed allora come un’esplosione scatta la gioia delle persone che finalmente avevano la sensazione che la guerra per loro era finita. I soldati alleati percorrevano la Via Appia Nuova con auto, camion, carri armati con in testa il Generale Clark tra una fila di romani plaudenti , passando sotto l’arco delle mura di San Giovanni, andavano verso il centro. Sotto casa mia passavano sui marciapiedi due file di soldati marocchini provenienti da Cassino con copricapo caratteristici, procedendo in fila indiana.
Roma è stata una città che ha sofferto molto durante la guerra con i suoi morti, distruzioni, deportazioni, ma ha dato una grande prova di reazione, quando, dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943, il popolo, i soldati di stanza in città, seppero tener testa ai tedeschi, ormai avversari formalmente dichiarati, tentando di difendere Roma dalla ferocia nazista che si manifestava in maniera sempre più evidente. I giovani e cittadini di ogni età ed ogni cultura, uomini e donne, i soldati in divisa sono stati quelli che in ogni parte d’Italia andavano a creare e rafforzare le formazioni partigiane che ormai operavano in tutto il territorio nazionale combattendo per riequilibrare l’onore della nazione contro gli ex alleati tedeschi. Questa è la Resistenza che festeggiamo il 25 aprile come un passaggio fondamentale della storia italiana. Complessivamente ho letto che i partigiani in attività militare erano 250.000 (coadiuvati anche da chiunque poteva dare una mano ai combattenti) un numero che può anche esser considerato limitato in confronto al numero complessivo di persone belligeranti. Ma, per l’attività svolta, molto influirono nella difesa delle strutture nazionali e per l’aiuto dato agli alleati in armi. Non è possibile dimenticare o sottacere quello che rappresentò la Resistenza, il suo valore morale che è insostituibile ed è la testimonianza di un’Italia che voleva fare una scelta di appartenenza scegliendo di combattere finalmente dalla parte giusta. E tale partecipazione non apparteneva a nessuno in particolare perché la resistenza è stata una partecipazione popolare, è stata un coacervo di rivoluzionari e moderati, laici e cattolici, irregolari e militari di carriera tutti uniti per raggiungere un obiettivo, liberare l’Italia .

Quindi la celebrazione del 25 aprile è un dovere per il rispetto che merita chi ha consentito di far nascere lo Stato Repubblicano. Tale festa deve tornare ad esser la festa civile di un Paese regolamentato dalla Costituzione Repubblicana che contiene quegli essenziali patrimoni di valori comuni mancando i quali è difficile parlare di democrazia.
Ai giovani, noi che abbiamo i capelli bianchi, ai nostri nipoti , dobbiamo tramandare questi valori, che devono vivere per sempre se vogliamo essere un paese civile.
massimo giacomozzi


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