domenica 10 luglio 2011
soggettive
Athina
Cenci
per intervisteromane.net nel 1998
Lei
è greca ma si sente anche un pò toscana, vero ?
Si! Io sono greca, ma ho vissuto tanti anni a Firenze e 15 anni fa sono
venuta ad abitare a Roma.
In quale occasione si è stabilita a Roma?
Quando abbiamo incominciato a far cinema e televisione e questo
succedeva tutto a Roma. Allora io con il mio gruppo, che erano i
Giancattivi abbiamo deciso di avere una sede a Roma. E poi non l’ho più
lasciata.
Ha abitato in qualche altro posto di Roma oltre che in via Banchi
Vecchi, dove vive attualmente?
Si, ho abitato in piazza Capo di Ferro e nella zona compresa fra via del
Babuino, Corso Vittorio e via Arenula, centro storico romano.
Come ricorda l’impatto con questa città ?
Devo dire che malgrado sia una città così grande Roma è molto familiare.
Ha una capacità di accogliere che è unica. Firenze, per esempio, pur
essendo più piccola è più distante dalla gente. Roma è una mammona che
accoglie tutti, non mantiene tutte le promesse, però in qualche modo è
accogliente.
A quale zona di Roma si sente legata?
A quella dove vivo attualmente, devo dire, perché ci sono cresciuta.
Campo dei Fiori per me è il posto dove faccio la spesa, ho gli amici,
faccio le passeggiate la sera. E’ una zona che mi piace molto. Poi Roma
mi piace quasi tutta, perchè è stata costruita una casa sopra l’altra
senza distruggere niente, a parte quel pezzo di Campidoglio dov’è
attualmente il Vittoriano. La capacità di sopravvivenza a tutto è quello
che rende Roma bellissima.
Com’è attualmente il suo rapporto con Roma?
Ottimo, a parte il traffico, ma io non guido, per fortuna (risata). E
poi gli autobus del Vaticano che entrano fino in centro. Quelli li
lascerei un pochino fuori, in periferia.
A parte il traffico, che cosa la colpisce di più nei modi romani?
A volte l’intolleranza. A me dispiace di quella gente che invece di
fare, si lamenta. Ecco questo è un atteggiamento dei romani che non mi
piace molto.
In quale Roma del passato le sarebbe piaciuto vivere ?
Mi sarebbe piaciuto vivere nelle vesti di Donna Olimpia ( la celebre
cognata di Papa Innocenzo X ), perché è un personaggio di grande forza,
anche se non è che ha fatto una gran bella fine. Nelle sue parti mi
sarei comportata con meno determinazione, sarei stata più morbida,
insomma. Era una donna di grande potere e di grande fascino, anche se,
come dicono gli storici, non meritava certo l’onore della intitolazione
di una piazza e di una strada.
Cosa prova nel tornare a Roma dopo una lunga assenza ?
Un grande sollievo, perché io amo l’aria di Roma. Per quanto pare
abbiano distrutto il ponentino, costruendo degli enormi caseggiati che
sembra abbiano spezzato questo passaggio di questo venticello. Però
veramente il clima di Roma, da qualunque parte d’Italia io venga, lo
riconosco subito appena scendo da un aereo.
Il suo rapporto con la cucina romana?
La cucina romana è un po’ pesante, però io sono una persona golosissima
per cui ne approfitto. Non sono bravissima nella cucina romana perché la
coda alla vaccinara è una delle più difficili portate da preparare. Amo
molto cucinare. Frequento anche delle trattorie, particolarmente dove si
mangia bene il pesce. Ecco il pesce non so cucinarlo bene, secondo me è
un’arte. Un posto dove si mangia benissimo è il “Drappo” sempre qui
vicino a Piazza della Foresta, vicino a casa mia, dove mi trovo spesso
con gli amici quando non ho voglia di cucinare.
Roma è veramente così invivibile come dicono?
No assolutamente. Io poi che giro tante città vedo la differenza. Roma è
una città molto accogliente. Devo dire però che se riuscissero a
sbrogliare questo problema del traffico sarebbe ancora più accogliente.
D’altra parte è la capitale d’Italia, ci sono i Ministeri, il Governo e
il Vaticano. A volte mi sembra che Roma faccia dei miracoli.
Come giudica i romani (pregi e difetti)?
Diciamo che mostrano più generosità di quella che possono poi
esercitare. Però mi piace il loro entusiasmo e non mi piace certo la
faciloneria. E ripeto il difetto che ho visto più in altre città è
l’intolleranza, ecco che si ricordassero la loro “benignità” della loro
“bonarietà.