lunedì 16 agosto 2010
for de porta

Camicie rosse
Vogliamo iniziare oggi un "for de porta" davvero speciale: il viaggio garibaldino di Paolo Rumiz "Camicie rosse" per Repubblica, un ritorno ai luoghi di Garibaldi per ripartire da essi in un’Italia che ora è una “nazione che va a pezzi così, in silenzio”.
Il viaggio è cominciato il 1 agosto e noi partiamo da lì.
Le illustrazioni sono di Riccardo Mannelli
Il logo, come per tutti i viaggi di Rumiz, è di Altan
1 agosto 2010
Sulle
strade delle camicie rosse con l'allegra banda garibaldina
Farmacisti, operai e studenti. Uomini e donne. Ottantenni e ragazzini.
Grancasse e tamburini. Marciano giù da Mugnano, a Est del Trasimeno,
cantando e suonando "La bela Gigugin". Inizia qui, in musica, il nostro
viaggio. Una lunga spedizione in cerca di un'Italia che centocinquant'anni
fa era ancora giovane e bella
PERUGIA
- Garibaldi? Rifare l'Italia in camicia rossa? Fossi matto. Troppa
retorica, celebrazioni, nefasti convegni. La gente ne ha le scatole
piene. E poi, che eroe può esistere in un Paese cinico come il mio?
Questo mi dicevo, meditando i sentieri possibili di un viaggio nel 2010.
Poi è successo che li ho incontrati, i garibaldini; li ho visti sbucare
a Perugia, dal fondo dello stradone, là dove l'Umbria si apre sulle
colline di Dante, il monte Subasio e il Tupino che discende «dal colle
eletto del beato Ubaldo». Li ho visti venire a suon di tamburi, sul
crinale tra i palazzi trecenteschi; un rosso plotone di belle ragazze,
vecchietti e bambini, a darmi una lezione di Risorgimento in musica. E
ho cambiato idea.
Rivedo la scena. Chiedo loro «da dove venite» mentre riscaldano gli
strumenti accanto alla fontana vescovile, mi rispondono «Mugnano», e
sfido chiunque a sapere dov'è questo paese di seicento anime a Est del
Trasimeno. L'età va dagli ottantadue della grancassa ai dodici di un
tamburino, tre generazioni e mezzo in campo. Quello di ottantadue ride:
«Son vecchio, ma non rincoglionito». Vincenzo Gentili ha due figli nella
banda; Pieretto Sacchetti, una figlia e tre nipoti; Giancarlo Panzanelli
giù di lì. Allora penso: è questa l'Italia, non quella che compare nelle
cronache tv. L'Italia è un'allegra banda garibaldina di cinquanta
elementi espressa da un borgo di seicento abitanti, in mezzo
all'Appennino della porchetta e della terza rima.
Il viaggio comincia, senza che lo sappia, quando una pifferaia mi
allaccia al collo un fazzoletto verde, mi ordina «marci con noi» e mi
spedisce in prima fila accanto al labaro dei «Cacciatori delle Alpi»,
sezione Anita Garibaldi di Perugia. Reclutato con le buone o con le
cattive, in mezzo a farmacisti, operai, infermieri, studenti, ingegneri,
tassisti e avvocati. Capisco che sto per fare una cosa non su Garibaldi,
ma alla garibaldina. Come viene viene, alla baionetta, e non fa niente
se dopo il liceo non ho più letto di Risorgimento. Imparerò per strada.
Riattaccano i tamburi e si va, con La bela Gigugin e ciò che fino a ieri
mi è sembrata polverosa anticaglia si disvela un tripudio di gioventù.
Scopro una forza vitale inconcepibile all'Italia di oggi. Perché non
sapevo tutto questo? Cosa mi hanno insegnato a scuola? «Se per la patria
mia parto domani / piangere non vedrò la mia piccina / lei stessa
metterà tra le mie mani / un fiore rosso ed una carabina». È l'Italia
cantabile dell'endecasillabo, non c'è ancora il lugubre tapum della
Grande Guerra, la rancida tristezza della trincea, l'impotenza del
soldato nel nulla della steppa. Si crede ancora che l'individuo possa
cambiare il mondo, e i garibaldini lo cambiano, forse per ultimi. Il
Risorgimento è fatto da giovani: Mameli muore a vent'anni combattendo
per la Repubblica Romana. Nievo, lo scrittore, uno dei Mille, sparisce
in mare a ventinove, e se fosse vissuto sarebbe stato meglio di Manzoni.
Mazzini nella Giovine Italia rifiuta iscritti sopra i trent'anni.
Ora si marcia di soli tamburi, tra due ali di folla. Perché non ci
dicono che l'Unità si fece in musica prima che con le armi? Quando nel
gennaio 1849 Giuseppe Verdi diresse al teatro Argentina di Roma, città
ancora papalina, la sua nuova opera La battaglia di Legnano, e dopo il
coro possente «Viva Italia! Sacro un patto / Tutti stringe i figli
suoi», l'eroe che aveva ucciso Barbarossa in combattimento morì baciando
il tricolore, l'entusiasmo della folla fu tale che un soldato buttò sul
palcoscenico la spada, la giacca e le spalline, insieme con tutte le
sedie del palco, e il Maestro venne chiamato venti volte alla ribalta.
«Addio mia bella addio / l'armata se ne va / e se non partissi anch'io /
sarebbe una viltà». Le camicie scarlatte attaccano la più gentile delle
canzoni di guerra dell'Ottocento, strofe che fecero male agli austriaci
più di una battaglia perduta. A quel tempo non si mostravano bicipiti e
mascelle. Bastava cantare, anche se si era in mille contro centomila,
come quei matti che salparono da Quarto nel maggio del 1860. Pensate se
Garibaldi avesse dovuto decidere l'impresa sulla base di sondaggi; non
sarebbe partito mai e non avrebbe fatto la storia. Gli italiani di
allora sapevano combattere anche per la libertà degli altri, andavano a
morire in Ungheria, Serbia, Francia, Polonia, Grecia. Lo fecero, con
spirito garibaldino, fino alla guerra di Spagna. Oggi non combattiamo
più nemmeno per noi stessi.
Antonio mi marcia accanto. È umbro, figlio di una terra anticlericale e
antifascista, capitano d'industria, e ha capito cosa sto cercando.
Sussurra amaro: «C'è una guerra in atto in Italia, e non è tra Nord e
Sud e nemmeno tra destra e sinistra. È uno scontro tra... gli evasori e
gli onesti. Tutto il resto è teatro». Sento che gli trema la voce:
«Siamo alla resa dei conti. I furbi per vincere sono disposti a tutto.
Anche a spaccare il Paese». Quando entriamo nel cortile d'onore della
prefettura, prende da un leggio gli spartiti delle canzoni già eseguite,
me li porge. Vuol dire: impara le parole della religione civile
costruita dai nostri padri. E tradita dai farisei.
Tra le autorità c'è un ragazzone di novant'anni, occhi da falchetto e
fazzoletto al collo. È il generale Virgilio Ricceri, ex lagunare, ex
partigiano, decano dei garibaldini d'Italia. Racconta il suo ingresso a
Trieste il 26 ottobre del 1954, in un oceano di folla in delirio. Dice a
bassa voce: «Abbiamo ancora bisogno di lui». Lui chi? Ricceri mi si para
davanti e sorride: «Lui, Garibaldi. E chi altro sennò?». La banda
attacca La Vergine degli angeli, dalla Forza del destino di Verdi. Di
nuovo, crampi di nostalgia per l'energia vitale di un mondo perduto.
Andiamo a pranzo sul Trasimeno in un ranch pieno di gente allegra.
Focacce, salsiccia, frittura di lago, vino rosso Greghetto, fumo di
grigliate. Vincenzo Gentili, tamburo maggiore: «Nel 1990 eravamo
moribondi. La banda perdeva pezzi e ci siamo chiesti che fare. Avevamo
una sola risorsa, i nostri bambini. Ne avevamo avuto una bella
infornata, e così abbiamo pensato di reclutarli per salvarci, ma anche
per salvare loro, che non finissero allo sbando. La famiglia è stata la
nostra forza». Marilena Menicucci, presidente onorario: «Siamo gente
allegra. Quando andammo a suonare a Caprera, sul traghetto per la
Sardegna facemmo ballare tutti sul ponte».
Per la notte sono ostaggio della confraternita, ho un divano letto a
Mugnano, in una casa accanto al chiostro benedettino. Una notte umida,
piena di lucciole, scende su questa terra di foreste dove si canta Bella
ciao e Mira il tuo popolo senza avvertire conflitti. Marilena se ne va
lasciandomi sul tavolo una dorata focaccia al formaggio. Trovo un libro
del 1876, titolo I Mille, stampata in Genova, regio stabilimento
Lavagnino. Carta giallina, profumo buono, fotografie di tutti i
partecipanti all'impresa. Belle facce ardenti. Accanto ai nomi, le
provenienze: Genova, Pavia, Bergamo, Ostiglia, Chioggia, Gorgonzola. La
spedizione del 1860 fu un'epopea al novanta per cento padana.
Leggo alla luce di un'abat-jour arancione. «Vogate! Vogate pure
Argonauti della libertà; là sull'estremo orizzonte di Ostro splende un
astro che non vi lascerà smarrire la via». E ancora: «Com'erano belli,
Italia, i tuoi Mille! Belli, belli! Coll'abito e il cappello dello
studente, colla veste più modesta del muratore, del carpentiere, del
fabbro...». C'è la potenza del sogno che travolge ogni calcolo, ma,
dietro, c'è anche l'amarezza per gli ideali traditi. Garibaldi non è
solo quello trionfante, ma quello sconfitto dagli ingrati, quello che
soffre per una plebe di «codardi, prezzolati, prostituti, sempre pronti
a inginocchiarsi davanti a tutte le tirannidi».
Il campanile batte mezzanotte, e trovo nel computer un altro potente
segnale di partenza. Una lettera dall'Argentina, la terra di mio padre.
È Alvaro, un parente che non sento da anni. «Querido Paolo, è tempo che
ti penso. Ho letto che state demolendo Garibaldi. Lo chiamate ladro,
terrorista, Bin Laden. Dite che noi della Pampa gli abbiamo tagliato un
orecchio perché rubava cavalli, e che per nascondere quell'amputazione
si è fatto crescere i capelli. Sono allibito che possiate credere a
balle del genere. E poi non capite che demolire un eroe significa
demolire la nazione?».
Continua: «Para mi familia Garibaldi era mucho màs que un patriota
italiano o un guerriero romantico: era un procer de la libertad. Nella
mia infanzia non c'era famiglia che non cantasse in italiano la canzone
Se è vero che è morto Garibaldi, pum! Garibaldi, pum! Garibaldi, pum!. E
poi ricordo mis caminatas de la mano de mi abuelo gallego hasta la plaza
Italia de Buenos Aires, dove c'era l'enorme monumento all'eroe. Pensa:
per costruirla si fece una colletta e si raccolse il doppio del
necessario. All'inaugurazione nel 1904 suonarono cinquanta bande
musicali. Era uno dei padri della patria».
«Ma voi italiani sapete che quando andò a Londra, ad aspettarlo erano in
cinquecentomila e la carrozza fu schiacciata dalla folla? Sapete che in
Russia c'è chi mette Garibaldi accanto all'icona di San Nicola?». Fuori
il vento agita i cipressi, Alvaro continua: «Sai, ti ho scritto dopo i
Mondiali di calcio perché la vostra uscita dal torneo mi ha fatto
riflettere. Credo che il difetto di allenamento non c'entri. Di
competitività ne avete anche troppa. Quello che è mancata è l'anima.
Così ho pensato che esisteva un nesso tra questa crisi e gli schizzi di
veleno contro Garibaldi. Forse siete solo un Paese che ha smesso di
combattere».
Notte piena di stelle, Vega risplende sopra i boschi. Penso che non è
normale un Paese che demolisce il vincitore di tante battaglie e non i
generali che persero ignomigniosamente a Custoza. Garibaldi e non
Cadorna, cui dobbiamo Caporetto; e non D'Annunzio che di Cadorna cantò
il sadismo mistico e le decimazioni dei fanti in trincea. Garibaldi, e
non i generali che persero ad Adua in una sciagurata avventura
coloniale. Guardo l'ora, in Argentina è ancora giorno, scrivo ad Alvaro
della mia voglia di fare un viaggio partigiano in questa Italia che
propone Mussolini tra i temi della maturità e va alla restaurazione
peggio dell'Austria dopo Napoleone. Sono sicuro che esiste un Paese che
resiste, migliore di quello che appare. Risposta: «Vai, companero, per
la libertad y la victoria. Lascia perdere Calatafimi e il Volturno, vai
nell'Italia di oggi. Metti una camicia rossa e cerca cosa è rimasto del
mito. Ho visto un filmato sul capanno di Garibaldi a Ravenna, quello
dove nel 1849 egli fu salvato dalla polizia austriaca. È un luogo forte,
pieno di presenze. Ti lascio di lui quello che scrisse José Martì... me
lo recitava sempre zia Enriqueta. Un corazon existe in Europa basto y
ardiente, heroico, generoso... De una patria como de una madre nacen los
hombres... La libertad patria humana tuvo un hijo, y fuè Garibaldi!».
È fatta. Già l'indomani prendo il treno per il Nord, da Foligno a
Ravenna senza cambi. Lascio che il viaggio si faccia da sé e comincerò
dalla morte di Anita. Sedute accanto a me, due donne in carriera che
sparano parole taglienti come rasoiate. Telefonate di lavoro, computer
in canna, non un cedimento all'incanto del paesaggio che scorre al
finestrino. Ripenso alle parole di Alvaro. Sì, siamo competitivi, ma
abbiamo perso i Mondiali. Cerco di capire che lavoro fanno le due in
tailleur, ma non riesco, il linguaggio è troppo astratto. Formule,
messaggi trasversali, cura maniacale dell'apparenza, paura del silenzio,
paura del pensiero disteso che nasce dall'onda delle colline. Sento che
il mio sarà un viaggio in bilico fra incanto e disillusione,
un'avventura piena di spine. Canticchio Mia bella addio a bassa voce,
con un libro in mano. Le due mi guardano con fastidio. Chissà cosa
accadrà quando metterò la camicia rossa.
Paolo Rumiz per Repubblica - 1. continua