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lunedì 15 novembre 2010

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                           fuori porta

La pianola di Garibaldi


Sul traghetto salpato da Genova in direzione Sicilia riascoltando la registrazione delle musiche di una scatola magica. Pezzi di 45 secondi, tutti in do e sol maggiore

Murata del traghetto, pallide schiume nella notte. Genova luccica, mi manda a Sud. Sono sulla strada dei Mille, il filo del racconto si dipana verso il Mediterraneo. Ho ricevuto tante lettere da chi sta seguendo questo viaggio alla garibaldina. Segnali da un'Italia che cerca una Cometa, e non si rassegna al pantano. Messaggi che dicono no, la nazione non è cinica come appare. Il Veneto fu solo antiunitario e baciapile? Niente affatto. Da Lucia, di Padova, ricevo che il 7 febbraio 1867 nel duomo di Cittadella un prete tenne una messa in suffragio dei morti per l'indipendenza italiana dicendo parole straordinarie. "Chi è quell'eroe che salpa con solo mille garzoni alla conquista di nove milioni di popolo? Furono forse i mille fucili che espugnarono formidabili baluardi e dispersero centomila borbonici? O non più l'ideale della libertà personificata nel leon di Caprera?". I piemontesi pensavano tutti che Garibaldi fosse il "ciula", ossia il babbeo? Ma quando mai. Chi parla più del biellese Federico Rosazza che fu sponsor unico della Giovane Italia e finanziatore della spedizione dei Mille? Chi di Lorenzo Valerio o di Angelo Brofferio, pilastri della sinistra subalpina, cancellati dai libri di scuola e dalla memoria? E che fine ha fatto il ricordo del generale Antonini da Sassaglione di Varallo Valsesia, tattico geniale che Cavour tolse dalla campagna di Sicilia per paura che l'isola diventasse repubblicana? "Presto verranno celebrati i 150 anni della fondazione del nostro Paese - scrive Alfredo da Biella - ma saranno solenni
funerali, celebrati per omertà di fondo e comune voglia di deprofundis, tutto per non dire che il Risorgimento in Italia fallì sin dagli inizi, perché i Mille sognavano una nazione repubblicana e non una monarchia sia pur costituzionale". E visto che vai a Sud, scrive Alfredo, cerca la storia di un altro biellese, il soldato Carlo Gastaldi, mandato a reprimere il brigantaggio e poi passato nel '62 alla banda del "sergente Romano".

Genova, il primo regno dei Mille, è uno scintillio lontano. Ho la testa piena di cose. Dei dieci grandi viaggi fatti finora questo è il più difficile perché - persino io, sanguemisto di frontiera - sento crescere nel Paese una voluttà allarmante di autodissoluzione. Eppure il Risorgimento, la patria una e solidale ci sono sempre. Non sono solo i musei e i monumenti. Sono gli oggetti di uso quotidiano. È bastata una breve sosta in una casa di Genova, prima dell'imbarco, per trovare un "porta-bonbon" a tre teste. Cavour, Garibaldi e re Vittorio Emanuele. E poi c'è sempre quella musica che mi accompagna, fin dal primo incontro con la banda umbra. Questa notte se n'è aggiunta un'altra. È un organetto malinconico, la vibrazione di una pianola, la musica borghese di un'Italia già fatta. La grande energia è finita. Ora è una romanza, una polchetta, un walzer, una barcarola triste. Le canzoni che ascoltava Garibaldi col suo piano a cilindro nei suoi ultimi anni. La pista per trovarle me l'aveva suggerita lo chansonnier Vinicio Capossela. "Vai a Cesena a vedere il museo della musica meccanica". Ci ho trovato l'inverosimile. Scatole musicali a mantice, giostre a vapore, piani a cilindro da spalla, organetti a nastro di cartone perforato, complicati marchingegni a manovella e un satanasso di nome Franco Severi. C'erano centinaia di ditte che producevano macchine da musica in Italia. La domanda era pazzesca. Eravamo affamati di canzoni. A un tratto, nella penombra, è apparsa la riproduzione del piano garibaldino. Una scatolona con un cilindro dentato contenente dieci motivi. Severi ha azionato la manovella e l'Italia post-risorgimentale si è messa in moto come una lanterna magica. "Ascolta, il tempo degli eroi è già finito, ora comincia la musica d'appartamento, i walzer spensierati che ci portano alla Grande Guerra". E poi: "Devi incontrare chi ha fatto questo lavoro, è un organista, Marco Gianotto, ha un'officina unica in Italia, tra le vigne del Monferrato". E così nel mio viaggio sono andato a cercarlo, sulle colline del Piemonte, alla vigilia dell'imbarco genovese. Ed ecco Gianotto, che mi porta tra mantici, rulli, tastiere, cataloghi, e racconta: "Mi avevano chiesto di restaurare il piano di Garibaldi a Caprera, ed ero sotto chemioterapia per un linfoma. Accettai. Avevo i brividi solo a toccare quella manovella. Ho lavorato fra un trattamento e l'altro, e sono guarito. Credo che decisiva sia stata quella musica, figlia di un mondo più solido, che cantava e ballava, un mondo dove gli uomini avevano i baffi, la parola era parola e l'onore era onore".

Risento la registrazione mentre il ferry entra in una notte senza stelle. Una polka da Folies Bergères, un walzer, una romanza. Pezzi di 45 secondi al massimo, in do e sol maggiore, da ripetere all'infinito. La pianola originale è della defunta ditta Mola di Torino, le musiche erano prese dai cataloghi, ricchi di migliaia di titoli. Nel notes ho annotato una frase di Giannotto. Dice: "Chi scelse quelle canzoni era un uomo a fine carriera, artritico e pieno di amarezze. Eppure quell'uomo mi ha dato una spinta vitale impressionante. Qualcuno ha parlato di Garibaldi taumaturgo, no? Credo ci sia del vero". Mi raggomitolo in cuccetta, la pianola suona grattando come un vecchio vinile. Penso a Marco mentre rovista felice nel suo archivio, pescando la registrazione dei capisaldi risorgimentali: "L'ambasciatore" (quello con la piuma sul cappello!), "La bela Gigugin", l'Inno di Garibaldi. Persino l'Inno di Mameli (ma la musica, tenetene conto, è di Michele Novaro), suonato così, fa venire i brividi. Pare che venga da un altro pianeta, quando gli italiani cantavano ancora.
14. continua
(17 agosto 2010
)
 


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