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martedì 30 novembre 2010

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                           fuori porta

La bacchetta del contastorie


Celano porta nelle piazze il mito dell'impresa dei Mille in Sicilia. E riassume la battaglia di Calatafimi: parla otto minuti e pare legga l'Odissea. Altro che convegni rievocativi...

"Mentre i caribardini spingevano i Boiboni / verso poita i Tiemmini / i palemmitani misero a tirare ri baicuni / tuttu chiddu ch'avianu: / bucali, siegge, tavulini, rinali / e ri dicevano paruali a sti vili Boiboni / iccamul'a mare a sti usuipatori!". La voce di Gaetano Lomonaco detto Celano, 42 anni, cuntastorie, echeggia nella notte sul ponte dell'Ammiraglio. È rotta, sincopata per la concitazione. La destra agita una bacchetta come se davanti ci fosse Palermo intera, ma lì siamo solo lui ed io a rievocare lo sfondamento garibaldino. Il ponte è ridotto a un moncone, non ha uno straccio di cartello che lo indichi, non ha più strade né prima né dopo. Nemmeno il fiume c'è più. L'Oreto è stato mangiato dal cemento e si sveglia come fogna ruggente solo dopo le grandi piogge. Il ponte è un nodo della memoria calpestato dai farisei, dimenticato dal potere, eppure fieramente intatto col selciato alla Luna. Nave nella notte, con a bordo solo il mago e l'uomo che lo segue in camicia rossa. "E mentre ch'a n Palemmo eranu trasiannu / i palemmitani gridavano: libera la Sicilia! / viva Paliemmo e Santa Rosalia!".

Venite qui, voi che vi ostinate a ricordare Garibaldi con sterili convegni, a sentire cos'è un mito. Non si riesce a staccare lo sguardo. Gaetano: spalle forti da operaio, bocca prominente, naso da pugile, stempiatura larga, capelli pettinati all'indietro, occhi verdi accesi, denti come ciottoli di fiume. Normanno e mediterraneo, figlio dei vicoli: il meglio della Sicilia.
A maggio, in questo posto, ha recitato la presa di Palermo per le celebrazioni dei 150 anni e non è volata una mosca. Duemila spettatori ammutoliti. Dieci minuti gli avevano dato, lui ne ha usati otto, ma sono sembrati un'Odissea. "Calatafimi - spiega - posso farla durare un istante e un'ora. Dipende dall'atmosfera. Il cunto è preghiera, non puoi recitare se il contesto è sbagliato".

Si combatte, dalle mura è un inferno di schioppettate, e Garibaldi è perplesso davanti ai picciotti di Bagheria che si offrono di aiutarlo. Sono "carusi" con l'anima fredda, cioè il coltello; è così che a Palermo si chiama la lama della morte. Fischiano le pallottole, i ragazzi di malavita aspettano e un luogotenente convince il generale così: due cose hanno di buono sti picciotti, "annu i cutieddi e annu l'onore ri essere palemmitani". Celano si ferma sotto le stelle, e dice: se ascolti sta cosa esci di testa, anche se non capisci niente... È la metrica che ti strega, e la metrica del cunto risale ai greci. "Non è un peccato se si perde sta roba?", chiede col cuore in mano per quest'arte secolare, snobbata da un potere che si nutre di cemento. "Andiamo in bottega". Lungo la strada racconta del nonno materno Peppino Celano - mitico maestro di Mimmo Cuticchio - l'uomo che gli ha dato il nome d'arte e ha raccontato mille volte il cunto di Garibaldi. Adulti incantati come bambini ascoltavano masticando ceci secchi con lattuga croccante e alla fine lui diceva: "Signori miei docu a lassamo, e si vole Dio n'ata vuota v'a cuntamo".

Era un grande anche nella mimica. "Zu Peppino, tiramu cu cutieddu" lo stuzzicavano gli amici, giochiamo col serramanico, a lama chiusa. Una rappresentazione del duello, in cui il vecchio Celano, anche da vecchio, vinceva sempre. Ecco l'officina, nel vicolo. Prima che la città vecchia si svuotasse, l'arte delle voci si collaudava qui, con i richiami del popolo o dalle grida dei venditori. Ma, come il nonno, Gaetano è anche maestro di mani, oltre che di voce. Costruisce pupi tra un cunto e l'altro, e gli strumenti se li fa da sé, perché la valentìa di un puparo si vede da quello. Una "raspa ri tagghiu" ricavata da una balestra d'automobile. Una "pinna i mariteddu" fatta da punzoni di semiasse. C'è persino la forgia, ci sono le tenaglie da fabbro. "Vengono i giovani dell'accademia di arte drammatica a vedere queste cose, e si appassionano... ma poi non rimangono, sono cresciuti con le playstation e hanno perso l'uso delle mani".

Passiamo a comprare il pane, il forno è ancora aperto alle dieci di sera. La casa, un isolato più in là, la trovi seguendo il profumo di melanzane. La moglie allatta il primogenito, ha apparecchiato la tavola con una caraffa di marsala al centro. Per strada un gattino magro piange, Celano gli lascia un cartoccio di avanzi. "Questa è la mia vita. Oggi faccio un cunto, domani costruisco un coltello, dopodomani faccio un pupo, un altra volta batto il ferro. A mmia non mi puoi mettere a posto fisso".

A Palermo i garibaldini persero la testa a suon di granite, limonate, timballi e sartù. Io schianto davanti a un tortino di patate, una caponata e una parmigiana di melanzane. Il sugo di pomodoro è di una dolcezza sconvolgente. Non ho parole. Qualche mese prima, in uno degli ultimi giardini arabi della Conca d'oro, in casa di Diego Lamantia ho trovato il paradiso dei limoni. Il femminello, l'intardonato, il verdello, la zàgara bianca, e il misterioso limone lunario che produce a ogni Luna piena. Mi persi, nel labirinto di quell'Eden nascosto. "Chi si occupa di noautri miserabili?" disse il vecchio, "spericuddando" (tagliando il picciolo) un mandarino Avana, alludendo ai prezzi assassini della vendita all'ingrosso. Me ne offrì uno, ma io ero così ubriaco di meraviglie dimenticate che quasi non me ne accorsi. Zucchine centenarie, albicocchi maiolini, nespoli, cardo bagolario, broccoletti, fichi d'India, perfino il loto in versione nana. E in mezzo un ruscellare di canaletti d'irrigazione, un pullulare di rane, lumache, gambusie, babbalugge e piccoli rettili d'ogni tipo.

Esco, sento Gaetano che canta la ninnananna. "Specchio ri l'occhi mia, faccia d'arancio, ca mancu p'un tesoru io ti canciu. Ora s'addurmiscìu o figghiu miu, guardatem'illu vui matre Maria". A Nord, verso il Cassero, le strade che fecero l'Italia non le abitano più nemmeno i fantasmi. In via dei Mille è sparita la croce di ferro dove i palermitani attaccavano le membra degli impiccati prese dal patibolo. Via Garibaldi, quasi un vicolo: poliziotti a colloquio con prostitute dell'Est. In una piccola piazza con gelateria, raduno di auto piene di maschi con radio a tutto volume. Un disperato prende a calci il muro accanto al bancomat, l'ottavo della serata - dice - che non funziona.
16. continua

(19 agosto 2010)


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