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martedì 21 dicembre 2010

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Bronte e Roma allo specchio
Nel paese etneo, dove Bixio represse una rivolta fucilando innocenti, è in corso una guerra furibonda: è il nucleo forte, tutto siciliano, dello scontro nella destra italiana


Avevo giurato di non parlare di Berlusconi. Ma a Bronte, il paese dell'Etna dove Nino Bixio represse una rivolta fucilando cinque innocenti, il nostro capo del Governo si è messo così di traverso che mi tocca scriverne, anche se temo non ne sarò capace. Mi ci vorrebbe la penna di Camilleri per raccontare come a Bronte ho fiutato un fortissimo profumo di pistacchio (il frutto benedetto del vulcano) nell'ascesa di B., e come già senta un analogo, sicilianissimo odore di pistacchio in quello che pare il suo declino.

Avevo già sentito parlare del collegio Capizzi. Nel film di Vancini sulla tragedia di Bronte l'avvocato Cesare, che falsamente si qualifica come "liberale da prima del '48", presenta a Bixio padre Palermo, "direttore del collegio Capizzi, che avrà l'onore e il piacere di ospitarvi". E aggiunge: "Il collegio è l'unico asilo confortevole di questo nostro disgraziato paese". Ma la pia istituzione non è solo un asilo: è il cuore della restaurazione. Così ospita il processo che condanna a morte il più liberale e garibaldino dei notabili locali, l'avvocato Lombardo.

Quel regolamento di conti di cui Bixio si fa strumento è un capolavoro di gattopardismo che lascia intatto il potere feudale. Oggi, dopo 150 anni di imbarazzato silenzio istituzionale, davanti al convento di San Vito hanno messo una lapide che condanna quella giustizia sommaria avallata dall'eroe dei due Mondi. Ma ci vuol poco a capire che dalla fucilazione (e la restaurazione
che seguì) il notabilato brontese ha tratto un vantaggio di cui gode ancora i frutti. Da qui una condanna distratta, approssimativa, con la lapide che sbaglia di cinque giorni la data dell'esecuzione. Cinque agosto invece del dieci.

Dunque me ne sto pacifico a sorbire un gelato al pistacchio in corso Umberto, a pochi metri dal collegio Capizzi, quando vedo un traffico di pie donne attorno alla chiesa del Sacro Cuore, contigua al venerando convitto di cui sopra. Entro, e tra incensi e canti vespertini scopro una navata barocca restaurata come una bomboniera. Subito apprendo alcune "mirabilia". Primo, il rifacimento è firmato da ambienti Fininvest. Secondo, il Capizzi è stato il collegio di Dell'Utri. Terzo, lì hanno studiato altri siciliani vicini al potere di B. Esempio: il brontese Antonio Fallico, l'uomo di Banca Intesa che fa da mediatore tra B. e Vladimir Putin.

Ma le sorprese non finiscono. Mentre ordino un secondo gelato al pistacchio, ecco che si apre scricchiolando il portone del collegio. Ne vedo uscire un omino nero in clergyman con in mano un mazzo di chiavi. Curvo, sugli ottanta, se ne va, quasi invisibile nello struscio serale, cui non pare minimamente interessato. È il direttore, don Giuseppe Zingale, il maestro di Dell'Utri. Pare che dorma nello stesso appartamento in cui fu ospitato Bixio. Mio Dio, lì dentro non è cambiato niente. Il consiglio di amministrazione è ancora da Ancien Régime: due preti, un avvocato, un nobile e un borghese.

Possibile che tutto sia così leggibile? In chiesa, sulla sinistra, c'è un altare moderno in bronzo di pessimo gusto. Contiene le ossa del fondatore, Ignazio Capizzi vissuto nel Settecento, qui trasferite quindici anni fa da Palermo, e indovinate da chi? Per conto e con i soldi di Dell'Utri. Sotto c'è una calorosa dedica, ma le manca la firma, e la firma, mi spiegano, era ancora di Dell'Utri. L'hanno raschiata via da poco, da quando l'uomo, che ha determinato il potere di B., è caduto in disgrazia. Ma allora è chiaro. C'è guerra furibonda a Bronte, e quella guerra è il nucleo forte, tutto siciliano, dello scontro che sfianca il Cavaliere a Roma. Non è cosa fra destra e sinistra, ma fra due fazioni della destra, partorite dallo stesso ambiente clericale. Quella dei separatisti di Dell'Utri e quella degli azzurri ultras. A giugno ci sono state le elezioni comunali, e lo scontro è stato micidiale. Hanno vinto i secondi, quelli che hanno raschiato la targa. Ma i primi non restano a guardare. Attaccano, con potenti segnali. E indovinate attraverso chi passano questi segnali? Garibaldi.

Qui tutto è rappresentazione, mi ha spiegato lo storico Nino Buttitta e oggi ne ho clamorosa conferma. In Sicilia attaccare Garibaldi significa discutere l'unità, e dietro l'unità, la leadership di B. Uno più uno eguale due. Quando il sindaco di Bronte, che è pure senatore, ha chiesto di partecipare alle celebrazioni per l'impresa dei Mille, il governatore Lombardo - suo nemico giurato - gli ha risposto escludendo dalla kermesse il paese dell'Etna, proprio quello che avrebbe fatto più gioco alle sue tesi ultra-autonomiste. Mossa insensata, dunque? Niente affatto. Basta mettere B. al posto di G. (Garibaldi) e il bisticcio si chiarisce. "De-garibaldinizzare" le vie e le piazze della Sicilia, ordina ai sindaci il governatore; ma è solo una metafora per discutere l'autorità del capo. E quando il sicilianissimo Gianfranco Micciché (qui definito "il ventriloquo di Dell'Utri") rilascia una furibonda intervista dichiarando che Garibaldi altro non è che un miserabile colonialista assassino, il discorso non va minimamente inteso in senso storico. È tutta e solo politica.

Frastornato dalle rivelazioni, la sera torno in albergo e in sala ristorante trovo una tavolata enorme a ferro di cavallo, con tovaglia zafferano e, intorno, camerieri in fibrillazione. È la festa di ringraziamento del sindaco, senatore Pino Firrarello, ai suoi grandi elettori. Un'ora dopo, nella sala strapiena di convitati, chiedo al primo dei brontesi che ne pensa delle sparate di Micciché, e la risposta è quella che immagino. Firrarello difende Garibaldi, che pure è il mandante teorico della repressione nel paese da lui amministrato. "L'uscita di Micciché? Fuori luogo e volgare". De-garibaldinizza le strade anche lei? "Corso Umberto sarà dedicato a Federico II. Ma Garibaldi, Cavour e Mazzini non si toccano". Come giudica G.? "Avrà fatto degli errori ma non era un disonesto e credeva in quello che faceva".

Vado a dormire con la testa che mi frulla. Cerco di concentrarmi sulla storia vera, ripassando un bel libro sui fatti di Bronte scritto dal professor Vincenzo Pappalardo, saturo di fonti dirette. Ma sotto sotto il tarlo lavora. Cosa sia il vero in Sicilia solo Pirandello lo sapeva. Penso: se Bixio ha fatto il gioco del collegio Capizzi, e il collegio Capizzi ha fatto Dell'Utri, forse c'è Bixio, dunque Garibaldi, dietro il potere di Berlusconi. E chissà, magari sarà uno come don Zingale a sancire un giorno la sorte del governo e della repubblica. Allucinazioni siciliane? Forse soltanto italiane. Dalla finestra vedo un fiume di sterpaglia selvaggia colare dal vulcano sotto la Luna. Penso che a Bronte non è cambiato nulla, tranne una cosa: il popolo che ieri combattè per la terra, oggi è tragicamente felice di essersene liberato.
19. continua
(23 agosto 2010)

 


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