lunedì 23 agosto 2010
for de porta
Il
posto di Anita al di là del fiume
In Italia ci sono almeno diecimila lapidi a segnare gli spostamenti
del condottiero. La sua storia non è nei busti o nelle strade a lui
intitolate. Tra paludi, canali e zanzare nella terra romagnola dove la
donna amata da Garibaldi morì di febbre
di PAOLO RUMIZ
Ma dov'è il luogo della morte di Anita? Sono in una terra di bracconieri
- paludi, canali e zanzare - ma il posto di Anita non c'è. Trovo solo
una "via degli zingari" in mezzo al nulla, statuarie lucciole
centroafricane nella boscaglia. C'è stato un temporale, la bolla d'afa
si è dissolta. Vento e malinconia come nella Pampa, pioppi fruscianti,
luce gialla oltre l'argine di Comacchio. Un cartello indica che qui
combattè la ventottesima brigata del partigiano Boldrini, garibaldino
pure lui. Ma anche del Generale nessuna traccia.
"La cà in do c'lè morta Anita?". La vecchia seduta sulla porta spara una
raffica in romagnolo. Sissignora, là voglio andare. "L'è d'là de fiò",
risponde indicando il Sud con un gesto della mano. Che cosa mai sarà il
"fiò", penso, qua il dialetto è peggio che a Brescia. Poi scopro che "
fiò" è "il fiume", grigioverde e increspato nella sera. Il Reno che vien
da Bologna. Sono perfettamente solo nel vento e non c'è nessun ponte.
Sull'altra riva, un traghetto attaccato a un cavo d'acciaio sospeso.
"C'è qualcuno?". Da un baracchino sull'argine esce un tipo in tuta
gialla che salta sul pontone e accende il motore. "Mi godevo il fresco",
si giustifica allegramente. Si chiama Saverio e m'imbarca per un euro.
La traversata da sola vale il viaggio. L'Italia stressata scompare.
Niente capannoni, camion, polizia. Ecco perché Garibaldi
scappò qui nel 1849, in fuga da Roma - repubblicana per pochi mesi -
quando austriaci e papalini lo cercavano come il Mullah Omar.
Già, la repubblica romana. Ridotta a poche righe nei libri di scuola.
Gesto blasfemo e inaudito su cui è meglio sorvolare. Meglio parlare dei
Mille, che non toccarono il Papato. Ma fu a Roma che la leggenda
garibaldina si consolidò nel '49, e nell'avventurosa ritirata da Roma
verso il Nord. E' quello il capolavoro militare di Garibaldi. La
conquista del Sud, al confronto, fu un gioco, aiutato da un'infinita
fortuna.
Saverio spiega come arrivare da Anita, a casa Guiccioli, una fattoria.
Subito oltre l'argine trovo una lapide: "Garibaldi riposò in questa casa
/ nella notte dal 4 al 5 agosto 1849 / e fidando nei patrioti di Sant'Alberto
/ fu salvo dal piombo straniero / e dal capestro sacerdotale". La firma
è di Olindo Guerrini, un grande laico bandito dalle librerie d'Italia.
Mussolini, che era di queste parti, non gli fu da meno e scrisse
"Claudia Particella, l'amante del cardinale". Testo irreperibile, che fu
il Duce stesso a togliere di mezzo.
Casa Guiccioli, custode in ciabatte, odore di lavanda e letame. In cima
alle scale una stanza disadorna col letto dove Anita morì di febbre.
"Quassù da ragazzino ci salivo col quintale di grano sulle spalle"
racconta l'uomo, e spiega che Anita non ebbe pace neanche da morta. Fu
sepolta in fretta poco lontano, nella "landa Pastorara" dove oggi c'è
un'altra stalla, ma dopo cinque giorni qualcuno vide una mano uscire
dalla terra. Vennero gli austriaci, fecero l'autopsia, poi misero il
corpo nel cimitero di Mandriole, dove Lui venne a riprendersela anni
dopo, da vincitore.
Lapidi. Ce ne sono almeno diecimila in Italia, a segnare gli spostamenti
del Nostro. Garibaldi non è i mille monumenti in bronzo o le strade a
lui titolate. È questa topografia corsara, disseminata nella provincia.
Un libro sulla "trafila garibaldina" elenca le lapidi romagnole come i
fotogrammi di un film. San Marino: qui Garibaldi "scioglieva la sue
legione". Sogliano: qui "giunse e sostò il 1° agosto, anelando a
Venezia", Cesenatico: qui Anita e Giuseppe "inseguiti da quattro
eserciti trovarono ospitale rifugio".
E poi Modigliana, che G. raggiunse in fuga verso il più sicuro
granducato di Toscana. "Da questa porta / nella notte dal 20 al 21
agosto 1849 / passò / Giuseppe Garibaldi / scampato alle orde straniere
/ per trovare sicuro asilo / nella casa di Don Giovanni Verità". Anche i
preti erano anticlericali in Romagna, non ne potevano più di Pio IX, e a
Modigliana ancor oggi si ricorda che "fede in Dio e idealità" convissero
in don Verità, "giusto, democratico e figlio del popolo". Ora ho il
bandolo della matassa.
"Ma lei deve vedere il capanno di Garibaldi" fa il custode indicando
Ravenna. Ed è già tempo di cercare un albergo e un piatto di tortelli.
Sotto le stelle di mezza estate arrivo su internet ai nomi dei
"curatori" del capanno; li chiamo al telefono, e rispondono subito,
felici di esistere per qualcuno. "Guardi che se lui rimase vivo lo si
deve a Ravenna, fummo noi a salvarlo" premette Maurizio Mari, del
consiglio direttivo. Nessuno aiutò G. più dei padani. Gli stessi che
oggi lo chiamano assassino e ladro di cavalli.
L'indomani appuntamento al capanno detto "del Pontaccio", su un isolotto
tra le paludi, poco oltre le ciminiere della zona industriale. Tre della
confraternita mi aspettano col custode. Caldo feroce, bandiera inerte,
tafani. Casetta in mattoni, tetto originale in canne. Dentro, un museo
di roba. Elmetti della Grande Guerra, dagherrotipi, una lapide della
massoneria d'antan che dice: "Queste sacra capanna i battezzati italiani
onoreranno come quella di Betlemme a Nazareth". In un registro del 1910,
tra le firme, quella di "Virgilio Devetag, anni 8 di Fiume, italiano
irredento". E di Rachele Mussolini.
Odore salmastro, silenzio rotto dal tuffo carpiato di un pesce. Dino
Ciani ha imparato ad amare G. leggendo Salgari da bambino. È
repubblicano nell'anima, vedovo di un partito scomparso. Lamenta: "Un
secolo fa il deputato forlivese Fratti andò in Grecia con Ricciotti
Garibaldi e morì in battaglia contro i Turchi a Domokòs". E sì, caro
Ciani, oggi nessuno muore per la libertà altrui, meno che meno un
onorevole. Mettiamo una panca sul lato in ombra, stappiamo un sangiovese
fresco. Non capisco se sono io a reclutare i garibaldini o loro a
reclutare me. Ennio Dirami, bibliotecario, mi spinge ad andare lontano:
"Lo sai che in Russia c'è una giacca che si chiama Garibalda?".
Capisco che so poco o niente del Nostro, ma posso andar d'istinto. Le
facce di quelli che lo sputtanano non mi vanno giù. Tristi figuri. I
garibaldini invece mi stan simpatici. Non basta, per partire? Chiedo se
esiste una foto di Garibaldi con l'orecchio mozzo, quello di cui si
favoleggia la mancanza. Rispondono che non ci hanno mai pensato; alle
orecchie di G. loro ci credono per fede. Allora giuro che glielo troverò
io quel pezzo di cartilagine, ma attaccato al suo testone. A costo di
andare in capo al mondo.
E' tempo di partire, c'è aria di temporale. Vado a Trieste, a casa, a
fare i bagagli e comprare una bella camicia rossa. Dopo mezz'ora passo
il Po color piombo e allora, non so cosa mi prende, sarà forse il
sangiovese in corpo, in terra serenissima l'urlo per Roma capitale si
trasforma in "Rovigo o morte!", gridato con insana allegria ai campi di
mais della secessione.
2. continua
(02 agosto 2010)