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lunedì 10 gennaio 2011

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                           fuori porta

Il trombettiere di Custer
Per l'ingresso del re a Napoli non vi fu un po' dell'entusiasmo popolare manifestato per Garibaldi, che scrisse a Vittorio Emanuele: "Il suo governo è più odiato dei Borboni". Giovanni Martino di Sala Consilina suonò la carica a Bezzecca. Poi, divenuto John Martin, andò alla conquista del West. E fu l'unico superstite del Settimo Cavalleggeri

E ORA Napoli, a passo di carica. Con Garibaldi che accelera, precede le truppe, entra in città da solo in carrozza tra la folla in delirio. E, poiché siamo sulla strada, è tempo che vi dica la storia di John Martin, alias Giovanni Martino di Sala Consilina, paese tra Basilicata e Salerno. Il trombettiere John Martin, camicia rossa e poi soldato blu. Me la porto dietro dall'inizio del viaggio, da quando ho incontrato a Perugia la banda garibaldina di Mugnano, capitanata dal novantenne Virgilio Riccieri, generale dei lagunari in pensione. Fu lui a dirmela per primo.

Giovan Crisostomo Martino - ecco l'anagrafe di questo figlio dell'Italia grecanica - ha otto anni quando nella piazza di Sala arriva l'arcangelo biondo in marcia su Napoli. Lo vede e urla come un'aquila che gli vuole parlare. Garibaldi lo sente e dice: "che cosa vuoi da me, ragazzo?". Giovan chiede di partire con lui ma il generale dice: "sei troppo piccolo, non puoi sparare ancora". Risposta: ma no, io voglio solo suonare la tromba. Allora l'uomo col poncho promette: "quando sarai più grande verrai con me". E difatti accade. Nel 1866, Martino quattordicenne suona la carica di Bezzecca, unica vittoria italiana della terza guerra d'indipendenza.

Ma ora viene il bello. Con l'unificazione, al Sud la miseria aumenta e Giovan, come altri sei milioni di meridionali, emigra. In quegli anni non c'è paese che non abbia l'ufficio di una qualche compagnia di navigazione, pronta a vendere biglietti. Il biglietto di Martino da Sala Consilina
è per l'America, dove Dio vuole che ci sia un'altra epopea in corso, la conquista del West. L'italiano ci si butta da garibaldino, diventa John Martin e riesce a farsi prendere, sempre come trombettiere, dai mitici cavalleggeri del generale Custer. Ma a Little Big Horn accade che gli indiani circondino i soldati; la situazione è così disperata che Custer ordina a Martin attraversare le linee nemiche e chiamare rinforzi. John riesce nell'impresa, ma quando torna con truppe fresche, Custer e i suoi sono già tutti morti e l'ex ragazzino-trombettiere di Garibaldi, Giovan vincitore di Bezzecca, diventa l'unico superstite del Settimo Cavalleggeri in quella storica battaglia. "John Martin, John Martin / sei diventato americano / ma un po' del cuore / l'hai lasciato ancora qui / a Sala Consilina, Italy" fa una canzone, testo e musica del generale Riccieri.

L'ex camicia rossa diventerà sergente maggiore, sposerà un'americana, avrà cinque figli e un esercito di nipoti. Chiuderà pacificamente la sua carriera facendo il bigliettaio sui tram di New York, dimenticato dalla storia.
Ma più forte è il mito, più è forte l'anti-mito, leggo negli appunti di Mario Isnenghi. Figurarsi qui a Sud, nel buco nero della disillusione unitarista. Cose tremende si dicono di noi camicie rosse. Per esempio che l'ingresso a Napoli di G. fu gestito dalla camorra (Liborio Romano era e rimase capo della Polizia), in un "patto scellerato" firmato già allora. E noi che dovremmo fare, caro compagno-ombra, Cariolato Domenico da Vicenza padrone della mia camicia rossa: far finta di non sentire? No. Sono certo che G. reggerà anche a questo. Lui fu movimento, speranza. La delusione arrivò dopo. Per l'ingresso del re a Napoli non vi fu un briciolo dell'entusiasmo popolare manifestato per lui. Ci furono porcherie? Lo sapeva anche Garibaldi. "Il Suo governo - scriverà a Vittorio Emanuele - è più odiato di quello dei Borboni, gli amici suoi sono gente interessata, che prima o poi la tradiranno". Senza paura dunque, andiamo oltre la storia bella di John Martin e rovistiamo altrove. Vi ricordate? Lo storico Nino Buttitta a Palermo ci aveva parlato del naufragio e della morte di Ippolito Nievo, e ci aveva detto che quello era stato "il primo delitto di Stato italiano, un caso Mattei dell'Ottocento". È per capirne qualcosa di più che stasera ci fermiamo a Salerno, davanti ai faraglioni di Amalfi. Lì dopo la nave di lui stranamente affondò in una notte di bonaccia.

Palme sul lungomare, sole albicocca dietro Capri. Al caffè, lo storico Roberto Martucci, autore de "L'invenzione dell'Italia unita", racconta. C'erano ladri intorno a Garibaldi, una miriade. Lui faceva la guerra, probabilmente non se ne accorgeva o non aveva tempo di occuparsene. Pur di vincere in fretta, lasciò unirsi a lui strani personaggi dalle facce patibolari e sottovalutò le conseguenze di quelle cattive compagnie. Nievo invece vide, capì, scrisse i suoi rapporti. Ed è possibile che la sua nave, che conteneva quei suoi documenti, sia stata fatta saltare in aria da quei ladri infiltrati.

È un fatto: la sconfitta delle Due Sicilie fu segnata da una malversazione planetaria. Pensate, il Regno conteneva, da solo, due terzi dell'intero circolante italiano e Cavour contava su quel denaro per pagare i debiti enormi della guerra di Crimea e della seconda guerra di indipendenza. Invece quei soldi sparirono. Racconta Martucci: "Sparì l'equivalente dell'intera riserva aurea della Banca d'Italia, e il Piemonte rimase all'asciutto. Al punto che per onorare quei debiti ci vollero 55 anni, fino alla vigilia della Grande Guerra". Quanto di più potremmo capire del Risorgimento se rinunciassimo alla retorica.

Le camicie rosse ebbero 24 mila effettivi, ma per loro vennero ordinati ben 60 mila cappotti, e di questi oltre metà non arrivò a destinazione o finì al mercato nero. Ma queste ruberie furono nulla di fronte al Grande Ammanco, l'azzeramento del Banco di Napoli. Chi rubò quel denaro? La mafia e la camorra? Oppure le industrie del Nord per finanziarsi il boom che seguì la conquista del Mezzogiorno? Oppure i ministri di re Franceschiello comprati da Cavour? Forse solo il pignolissimo Nievo - onesto piantagrane che rese la vita impossibile ai suoi vertici - riuscì a fiutare una pista, e forse per questo morì. Non se ne parla, si dice, per carità di patria. Ma che senso ha? Non parlarne significa solo regalare argomenti ai detrattori della nazione. E poi tutte le grandi nazioni hanno alle loro spalle storie indicibili. Le hanno, eppure non fanno a pezzi il loro mito fondativo. In fondo, John Martin contribuì a sterminare pellirosse per conto dello stato americano: ma non per questo l'America lo bolla come criminale e si lascia corrodere da una cupio dissolvi lontanamente paragonabile a quella italiana.

Garibaldi uccise, dicono leghisti e neoborbonici. Ma Giulio Cesare cos'era? Uno che distribuiva caramelle? No, il mito della camicia rossa tiene, forse è l'ultima cosa che ci resta per mantenere unito il Paese. E regge anche la leggenda di Cavour. Martucci giura: "Non abbiamo avuto mai più un premier simile. Fu l'unico a ragionare in grande. Per fare l'Italia il piccolo Piemonte mandò in Crimea 15 mila uomini, più di tutti i soldati italiani di oggi in missione all'estero. Non le pare che basti?".
22. continua
(26 agosto 2010)

 


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