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martedì 25 gennaio 2011

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                           fuori porta

 

La terra delle mille utopie
A Piedimonte, dove uno dei Mille si fermò e generò una folta stirpe di combattenti, c'era un'élite illuminata e una concreta speranza nel settore tessile. Soffocata per favorire il Nord
HO FAME, mi fermo accanto a un banchetto con vino e formaggio alle falde di Gioia Sannitica. Ho con me pane buono, pummarola e olive beneventane, più o meno quello che mangiò Garibaldi dopo la famosa passeggiata a cavallo con re Vittorio dalle parti di Vairano (non Teano come sui libri di scuola). L'ingrato Savoia non lo invitò nemmeno a pranzo, così lui si sedette a bordo strada, tirò fuori un serramanico e si tagliò una fetta di pecorino. Cicale, vento leggero e silenzio. Sono anch'io sulla strada a ruminare formaggio sotto la scarpata del Matese. La valle del Volturno è fertile, ordinata, verde come l'Austria. Amo questo posto. Nessuno direbbe che è provincia di Caserta, cuore devastato di Gomorra. "Terra di lavoro" la chiamavano fino a ieri. Oggi è un esempio di ciò che potrebbe essere - ed è stato - il Glorioso Sud.

Limàtola è un balcone naturale sulla spianata della battaglia. È qui sul Volturno che le camicie rosse e i soldati di Franceschiello si affrontano per l'ultima volta. Poco in là, nel santuario di Sant'Angelo in Formis, altro grande affaccio sul Volturno, Garibaldi emette un appello federalista ai regnanti, per costruire gli Stati Uniti d'Europa. Nello stesso sacrario, allora dedicato a Diana, Annibale sacrifica il suo ultimo elefante. Ma queste storie stanno già sui libri, e noi non stiamo esplorando il Sud con un caldo da bestie per raccontarvi cose che potremmo trovare in una biblioteca, stando comodi al fresco. Qui cerchiamo
piccole storie. Come quella dell'osteria di Piedimonte, aperta da un ligure, Angelo Fossa, dopo la battaglia del Volturno.

Me la evoca il pronipote Francesco, reporter tv, davanti a una caponata dell'altro mondo, in una notte di stelle filanti. Angelo (fratello di uno dei Mille) passa in camicia rossa da quelle parti e s'innamora di una figliola, e io non so perché vedo già la scena di un film, i due sguardi che si fulminano nel grano maturo. Donna fertile e terra fertile, buone per metter radici; così il sangue garibaldino si ibrida con la fierezza sannita e genera avventura, ribellione. Il figlio Giovanni girerà il mondo, farà il rambo in un circo e imparerà arti marziali. Un nipote sarà sindaco di Piedimonte dopo una carriera di bullo e taverniere; un altro nipote andrà a far dighe in Sudamerica, e lì ritroverà la leggenda garibaldina, traendone il coraggio per mille battaglie civili.
Magnifica Piedimonte, pulita e zampillante di acque, con le sue bifore, le fontane a becco in ghisa e, in alto, la chiesa di San Giovanni che pare partorita dalle selve. Il luogo è vivo di utopia garibaldina. Costantino Leuci, vicesindaco e professore di filosofia, mi spiega che il paese si consegnò a G. prima del suo arrivo e gli fornì una piccola legione di combattenti. Dietro c'era un'élite illuminata, e al suo centro un industriale tessile svizzero trapiantato, massone e protestante, il quale aveva impiantato una grandiosa filanda capace di dar lavoro a mezza valle. Non ebbe vita facile il signor Egg (così si chiamava): la curia gli fece processioni contro e gli rifiutò una tomba in terra consacrata, poi vennero le leggi doganali dell'Italia tanto invocata, che lo bastonarono per aiutare il tessile del Nord.

Dalla rocca la visibilità è illimitata, una Luna color melograno esce dal Sannio. "Mi riconosco in quegli uomini" dice Costantino. Il Matese fu terra di briganti ma anche di utopia. In quel temporalesco luogo-rifugio, negli anni Settanta, andarono ad arroccarsi gli anarchici dopo il fallimento della Comune di Parigi, in un nuovo tentativo di sollevare il Sud. Processati e poi assolti in un mega-processo a Firenze, i 34 accusati si rivelarono per un quinto ex camicie rosse e per un terzo ex volontari in una qualche guerra di liberazione. A Benedetto Cairoli (garibaldino diventato allora primo ministro) scrissero che, nella loro azione guardata con tanto scandalo, non avevano cercato di fare niente di diverso da quanto avevano già fatto in camicia rossa nel 1860.
Notte di campagna, di sonno intermittente, in mezzo a cori di rane e di cani. Al mattino la padrona dell'agriturismo Matese, una sannita dall'occhio mansueto, mi prepara la colazione con marmellata di cotogne, il mio frutto preferito. È l'ultima giornata in Campania, parto per Capua dove affronterò l'ultimo nodo di questo mio Sud. L'incontro con un nostalgico dei Borboni, appuntamento a Capua, caffé Giacomino in piazza Giudici, ore 11. Francesco Maurizio Di Giovine è uomo mite e febbrile insieme. "Mi perdoni se parlerò molto - dice - ma è come se dovessi ricuperare un secolo e mezzo di silenzio". E poi: "Dire la verità farebbe bene al Risorgimento, invece, mi perdoni, siamo di fronte a una rievocazione manichea". Gli spiego che non ha niente da farsi perdonare, e arrivano una limonata e un caffé freddo. Intanto esce la storia di un uomo sofferto, che ha scoperto la sua identità meridionale lavorando al Nord.

"Ma lei lo sa che a lavorare sulla repressione del Sud furono mandati ufficiali della Legione Straniera perché molti ufficiali italiani rifiutavano di fare quel lavoro sporco? Lo sa che il deficit del bilancio italiano nacque con la repressione del 1861? Lo sa che la sorte delle Due Sicilie fu decisa da Francia e Inghilterra che non volevano avere nel Mediterraneo un impiccio anti-liberale al momento dell'apertura di Suez? E lo sa che, se l'unità fosse avvenuta in forma federale, la Grande Guerra non ci sarebbe stata perché la moglie di Francesco II era austriaca?". Torrenti di cose, l'altra faccia della Luna.
Ogni autunno Di Giovine, con un ex allievo della Nunziatella, va sul Volturno a porre una corona d'alloro ai caduti. "Lì l'esercito borbonico salvò l'onore, ma di questo non si parla". Continua rievocando la caduta della fortezza di Gaeta, l'ultimo bastione, da dove "gli sconfitti partirono per la prigionia cantando canzoni d'amore, che non vennero capite". La stessa cosa, racconta, accadde a due ufficiali napoletani fucilati a Cefalonia. "Cantarono un inno alla vita... Non è nobiltà questa?". Caro Di Giovine, ci sono troppe cose che non so, ma in questo momento, più che di saperle, mi importa di sentire la sua bella passione civile. È tanto, in questo pantano, che non sento parole come "nobiltà" e "onore". "Lo sa che in Lucania hanno ancora paura dei bersaglieri perché impiccavano la gente? E lo sa che il capo della colonna che doveva far sollevare Palermo prima dell'arrivo dei Mille si chiamava Badalamenti, e che suo pronipote, oggi in galera negli Usa, si vanta ancora di questo suo ascendente?". Povero Garibaldi, sconfitto dal gattopardismo italiano. Disilluso anche lui, come la legione del Matese, come i soldati di Gaeta. Vinto, nonostante i mille monumenti sulle piazze d'Italia.

24. continua
(28 agosto 2010)

 


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