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lunedì 31 gennaio 2011

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                           fuori porta

Il bimbo al posto della pistola
Basta, è finita. Domani si va a Caprera. Dopo tanta Italia incompiuta, ho disperato bisogno di un luogo rifugio. La Luna sorge dalla Maremma, ma rivedo Garibaldi a Roma, altissimo, immobile, come se galleggiasse nel tramonto. Dalla cima al Gianicolo, lui a cavallo che guarda la notte che viene e non degna di uno sguardo il Vaticano. Luccicava Roma capitale, ma vista da lassù era come se svelasse di essere un'abusiva nel nido del papa re, una precaria inquilina sotto sfratto. Il
Tricolore garriva sul pennone più alto del Quirinale, ma le pietre erano ancora quelle del 1849, quando G. combatté per la repubblica: la sontuosa residenza estiva dei pontefici. Poco in là c'era Montecitorio e la sua aula "sorda e grigia", mai diventata Westminster, il fondamento di una mitologia nazionale. Cala Martina. Accendo un piccolo fuoco su questa riva dove il Nostro s'imbarcò per la salvezza al termine della fuga sull'Appennino. Via, via da Roma. Lui la volle capitale, ma non tutti furono d'accordo. C'era chi temeva il trappolone, come Massimo d'Azeglio. Scrisse: "il suo ambiente, impregnato dei miasmi di 2.500 anni di violenze materiali e pressioni morali esercitate dai suoi successivi governi sul mondo, non pare il più atto a infonder salute e vita nel governo di un'Italia giovane, nuova, fondata sul diritto comune". Oggi Roma è il cuore di un Paese che non riesce a diventare maggiorenne, laico e compiutamente europeo. Leggo sugli appunti del "garibaldino" Isnenghi che con i patti lateranensi la Chiesa impose a Mussolini che ai vescovi fosse dato dell'Eccellenza, come ai prefetti. L'illusione morì allora, dopo soli 50 anni. Eppure il Gianicolo, con la sua sublime luce gialla e la storia della sua resistenza, è come se riscattasse tutto questo. I luoghi di Garibaldi restano "altri" rispetto all'incuria e al frastuono che li circonda. Stesso vale per il bronzo di Anita, che galoppa poco in là con un bambino in braccio e una pistola nella mano libera. Sotto c'è scritto "Ana Maria De Jesus Ribeiro Da Silva" e le sue ossa (ci saranno ancora?) sono protette da un precario lucchetto nel basamento. Ma anche lei se ne frega del mondo, delle erbacce, dei cartocci di pizza, dei chewing gum. Galoppa anche se il cavallo (evviva il centocinquantenario!) sta in piedi solo grazie a un ponteggio sbilenco. E chi mise quel monumento? Mussolini. Garibaldi faceva gola al fascismo, non poteva essere lasciato in uso all'opposizione. Ma nello stesso tempo il Duce temeva Garibaldi. Il "caudillo" del Rio Grande, bello, biondo e dai lunghi capelli, poteva fargli ombra. Era molto meglio cavalcare Anita. E così, per il cinquantenario della morte del generalissimo, anno 1932, si pensò di onorare non lui ma la moglie. Un'idea geniale. Conquistare Garibaldi ignorandone il socialismo, e la bella Anita all'uopo era perfetta. Esisteva già un progetto, però la raffigurazione era troppo guerrigliera, lei aveva ben due pistole in mano. Così il Duce disse: toglietele un revolver e datele un bambino. E come d'incanto la libertaria Ana Maria De Jesus Ribeiro divenne prototipo del fascismo, combattente e madre pronta a dar figli alla patria. Povero G., lo hanno tirato per il poncho da tutte le parti. Simbolo esclusivo della sinistra? Ma quando mai. Come un grande testo classico, il Nostro si è rivelato continuamente reinterpretabile. Nelle canzoni per esempio. Sentite questa, ripescata da Stefano Pivato dell'università di Urbino: "Camicie nere ed aquila romana / noi siam le schiere che vendican Mentana!", versi e musica fine anni Venti. E ancora questo inno della Repubblica sociale, anno 1944: "C'è di guida Garibaldi / Mazzini fiamme ci donò". E ancora, del '23: "Marciavano su Roma d'Italia i figli baldi / sfidando ogni periglio con sorridente core / un palpito movea di giovanile ardore / rinnovar le audacie del prode Garibaldi". Un po' a corto di eroi, i nazionalisti reclutavano senza riguardi a sinistra. Lo fecero con Battisti, con Nazario Sauro e persino con Guglielmo Oberdan, che era anarchico e per giunta sloveno. Con Garibaldi stessa cosa: una produzione musicale sfrenata. Dall'inno del battaglione Barbarigo della Rsi: "E dell'aspro Gianicolo le zolle / repubblicano han sangue che risplende / e il nostro amore incendierà quel colle / dove ci chiama Garibaldi e attende". La Decima Mas: "... In piedi è l'Ammiraglio / e ci addita la via. Garibaldini / del mare avanti avanti, vincerà chi crede!". E poi
l'inno dei fanciulli fascisti, 1923: "Su lupatti aquilotti / come i sardi tamburini / come i siculi picciotti / bruni eroi garibaldini". Una birra, le stelle. Leggo sugli appunti di Isnenghi: c'è garibaldinismo dietro la marcia dannunziana su Fiume. E dietro alla marcia fascista su Roma c'è l'offensiva garibaldina sul Papato. Non è un caso se le camicie nere partirono da Monterotondo, a un passo da Mentana dove i francesi fermarono le camicie rosse. Finito il periplo del Nord e delle Due Sicilie, è come se qui tornassi al punto di partenza, alla fuga nel 1849 lungo l'Appennino, al mio incontro con la banda di Mugnano che sfilava in camicia rossa a Perugia. Capisco che Garibaldi, col suo seguito di volontari ebbri di fede, altro non è che un grande archetipo, che ha figliato in più direzioni ideologiche, nella stessa famiglia Garibaldi, con Ezio, nipote in camicia nera, e Sante l'antifascista. Prima di lasciare Roma ho incontrato l'ultimo Giuseppe Garibaldi, il figlio di Ezio che si porta dietro quel cognome ingombrante. L'ho trovato in fondo agli ombrosi labirinti dell'istituto studi garibaldini, in un angolo delle ex terme di Diocleziano, accanto alla chiesa di Santa Maria degli Angeli, ex piazza Esedra. "Questo non è un ufficio ma un covo", mi ha detto guidandomi in uno spazio per iniziati, ingombro di cimeli e feticci. Un posto carbonaro e ignorato, dai parchetti scricchiolanti, con una caricatura di G. che esce dalla tomba per raddrizzare l'Italia di oggi e il Tricolore della repubblica romana con la scritta "Dio e popolo", lo stesso che sventolò per qualche settimana sul Campidoglio. "Garibaldi non era affatto ateo" ci teneva a precisare il pronipote. Battezzava personalmente i bambini, sostituendosi al prete, e diceva: "Ti battezzo in nome di Dio e di Cristo suo legislatore in terra". Altra precisazione: "Ezio ruppe col fascismo dopo le leggi razziali e l'alleanza con la Germania", ma era come se dicesse: anche la mia non è una memoria di parte. Poi il discorso è finito su Caprera. "Non può evitare quel luogo. Lì è la sua vita, lì sono i valori forti". Nell'ultimo consimento Garibaldi si dichiara "agricoltore", come Cincinnato e l'imperatore Dioclesione nel buen retiro di Spalato. Lì impara a far miele, a seminare il grano, a fare gli innesti e a irrigare. Ma forse era il solo luogo possibile per la sua utopia. Un pezzo di terra senza leggi e senza chiese.


25. continua
(30 agosto 2010)

 


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