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lunedì 07 febbraio 2011

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                           fuori porta

Le orecchie ritrovate


Caprera non è un territorio neutro. È uno spazio anarchico. Un luogo di fughe e ritorni. L'ultimo rifugio di Garibaldi. Ma anche scrigno di certezze. E di qualche sorpresa

Traghetto per Olbia, scirocco forte, cielo striato verso l'Africa. Sfioriamo tre penitenziari di lusso, poi la vetrata di prua, immensa, prende a volare su una tavola di zinco in controluce. Guardo i passeggeri intenti a consumare, abbronzarsi, telefonare, e mi chiedo quanti di loro - anzi, quanti di noi - sarebbero pronti a imbracciare un fucile per difendere la libertà. Sono assetato di mito. Dopo un mese attraverso un Paese stanco e senza memoria ho bisogno anch'io di Caprera, ed è come se andassi a Mompracem, dai tigrotti di Malesia.

Caprera. Questo mare ruggente che la separa dal resto d'Italia ne fa il baricentro, il nascondiglio, il campo-base, il luogo delle fughe e dei ritorni. Cerco Garibaldi, ma anche Sandokan, Ivanhoe, D'Artagnan. Caprera non è un territorio neutro. È uno spazio di parte, anarchico e senza legge. È il luogo "altro" e forte dello sdegno e della trama. È l'esilio, l'archivio della memoria, la repubblica presidenziale di un generale-contadino. Ed è anche Itaca, l'isola del ritorno per un uomo di mare che ha vissuto.
Olbia, tramonto. Anche dallo sbarco si vede che non siamo nazione. È un arrembaggio, con Suv che sgommano e investimenti evitati per un soffio. In paese ceno accanto al tavolo di un sardo con tre escort polacche ubriache. Risate stridule, commenti velenosi sul mondo, ma l'italiano d'agosto è felice. L'oste sbaglia tre volte l'ordinazione, ma i prezzi restano da Costa Smeralda. La voglia di fuga aumenta. Il buonumore mi torna solo quando scopro che il
gatto di G. si chiama Bixio.

L'indomani il traghetto per la Maddalena è un'altra cosa. Ruggine, vento, vernice bianca sulle murate, maestrale che si sveglia. Poi il piccolo diaframma per Caprera, l'ultimo ponte, la casa che sembra ancora sua, non pubblico museo. La stalla, la vasca da bagno, i fucili, il letto da campo, i fiori annaffiati del giardino, il lettino ortopedico della vecchiaia, gli stivali a tacco alto accanto al letto. Poi il sarcofago nel vento, senza date e senza croce, granito contorto che andrebbe visto coi fulmini nelle notte di tempesta, quando soffia la tramontana di Bonifacio e devi metterti sassi in tasca per non volare. Chiese di essere bruciato su una pira e che le ceneri fossero disperse in mare. Ma la nazione si appropriò del corpo. Gli evitò l'imbarazzante compagnia dei Reali al Pantheon, ma gli inflisse l'imbalsamazione. E fu violenza, perché a Caprera per il funerale il cielo protestò con una tempesta. Ebbe di guardia per un secolo un picchetto armato di marinai, ma negli anni Settanta la tomba passò ai Beni culturali, poi la compagnia dei soldati finì, e il luogo ritornò alla sua selvaggia solitudine.

Al Centro Velico ritrovo la bella Italia. Ragazzi spartani, allegri e senza telefonino in canna. La scialuppa "Garibaldi", dipinta d'arancio, rientra con le vele al seguito. La cena con gli allievi è una festa, il nuovo cuoco senegalese fa miracoli, il patriarca del Centro Marzio Rotta racconta di leggendarie e mai verificate scorribande amorose del vecchio leone ("ah, era un saltafinestre!") che pare abbia lasciato biondi discendenti sull'isola di Maddalena e giù in Gallura. La sera l'isola diventa rossiccia e il mare grigiazzurro a distanza. Vado in esplorazione con Giuseppe Cordo, allevatore di cavalli, costruttore di barche e custode di casa Garibaldi. Stavolta non cerchiamo il generale e nemmeno il marinaio, ma il contadino. Lui non si limitava a contemplare. Bonificò mezza isola, scavò pozzi, disegnò canali, rese fertili sessanta ettari di brughiera. Trovò tombe romane, monete, fonti antichissime. Era il suo piccolo stato di Utopia. Poi venne il tempo dello spreco, il tempo in cui il popolo di pastori e contadini divenne popolo di uscieri, portaborse e guardiaboschi, e la buona terra fu lasciata andare. Pini marittimi, mai esistiti sull'isola, vennero piantati al posto dei lentischi per distribuire contributi europei. La Forestale anziché conservare le fonti le riempì di pietre. Non fu abbandono. Fu peggio: sterminio pianificato. E oggi le terre di Garibaldi sono terre di cinghiali, esposte all'incendio e al degrado. Invece di spendere milioni di euro per celebrazioni insincere, perché non si ripristina questo luogo, per farne un simbolo di un'Italia libera e frugale che lavora?

"Si faceva un mazzo così - racconta Cordo - scriveva e zappava, zappava e scriveva, anche se era distrutto dall'artrite. Soffriva solo per il dolore altrui... Se gli mancava un agnello usciva a cercarlo e non tornava finché non l'aveva trovato. Solo dopo dormiva, da re. Quando la cavalla Marsala stava morendo, aprì un melone, ci versò una goccia di marsala e glielo diede. Dopo tanta dedizione, mi fa soffrire vedere questo luogo, in mano allo Stato, degradarsi. Via la pestilenza dei pini e degli eucalipti, torniamo agli olivastri, ai mirti e ai lentischi, le nostre piante magnifiche".
L'indomani, la sorpresa. Il ritrovamento. Vado controvoglia a una mostra garibaldina nello spazio miliardario dell'ex arsenale, appena restaurato, alla Maddalena. Ci trovo l'ex sindaco e senatore Mario Birardi che ha lavorato all'allestimento e mi perdo con lui tra fiammiferi, sigari, rasoi, orologi, cartoline, biscotti, pipe, flauti, tavolini e figurine col suo nome. E quando mi fermo a contemplare, in una foto, quel suo visto passepartout che può essere insieme santo, pirata e imperatore, mi torna in mente l'orecchio. L'orecchio! L'avevo dimenticato! Il viaggio finisce e l'orecchio di G. non è ancora saltato fuori.

Birardi: "Guardi che qui abbiamo dei libri con delle vecchie foto, e credo ci sia qualcosa che fa al caso suo. Un volume Alinari. Guardi qui...". "L'impresa dei Mille" è il primo grande reportage della fotografia mondiale. Cerchiamo, ed ecco una foto di G. ormai vecchio e stempiato che legge, con l'orecchio sinistro bene in vista. Poi un'altra, qualche pagina prima, dove anche il destro si vede benissimo. Sono senza parole. Vorrei far mangiare quel volume, a pezzetti, alle migliaia di creduloni che hanno abboccato alla leggenda del ladro punito col taglio dell'orecchio. È fatta, ragazzi, è fatta. Mando un messaggio al commando garibaldino che ha salito la ciminiera per metterci un tricolore: "Missione compiuta". Sono felice e vado a bermi un rosso Tabarka, che più fenicio non si può. Nella sera le coste rugginose del pirata Barbarossa diventano più rosse ancora e la mia camicia vermiglia si gonfia di maestrale. Le vele rientrano, il viaggio è finito. E proprio qui alla Maddalena, nel luogo dello sperpero, tutto si chiarisce. C'è una logica inesorabile nello smantellare il mito di un uomo frugale nel momento stesso in cui si buttano miliardi per la cricca di un leader megalomane. Il Diamante, costato 380 milioni di euro, mostra già la ruggine e il silicone che cola. Vista da qui, Caprera irsuta nel vento moltiplica il suo valore all'infinito. Viva Garibaldi.


26. fine
(31 agosto 2010)


 


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