domenica 29 agosto 2010
for de porta
Quella
casacca alla Bud Spencer
Alla ricerca dell'abito di un garibaldino con cui girare l'Italia. Quasi
una missione impossibile: erano tutti piccoli e malnutriti Tranne il
vicentino Domenico Cariolato. Al sarto di Trieste non pare vero di dover
cucire una bandiera tricolore: per la finale dei mondiali c'è
addirittura chi ha ordinato quella spagnola. Siamo a corto di eroi
nazionali
di PAOLO RUMIZ
"UNA BANDIERA italiana?". Il sarto non crede alle sue orecchie. Dopo
l'eliminazione degli Azzurri dai mondiali, il tricolore non lo chiede
quasi nessuno. Peggio: per la finale c'è chi ha ordinato bandiere
spagnole, e nella notte della victoria si son viste gimkane in
rosso-giallo-rosso. Penso: in fondo non c'è niente di strano. A furia di
picconare il Risorgimento, siamo talmente a corto di eroi che dobbiamo
appaltare quelli degli altri. Trieste è luogo di regate e sfilate
militari, e alla vecchia sartoria del porto il lavoro non è mai venuto
meno. Ma la produzione è cambiata, lo vedo dal retrobottega: aquilotti
bicipiti di austriaca memoria, alabarde triestine, caprette istriane,
persino scacchiere croate, e pochissima Italia. Ma è proprio per questo
che voglio il tricolore. Bello grande, di tre metri per due. Per il
gusto del controcorrente.
Bandiera chiama vento, e due giorni dopo, quando vado a ritirare il
vessillo, si sveglia la bora. E poiché nei viaggi c'è sempre qualcosa
che somiglia alla provvidenza, ecco che l'amica Giuliana mi chiama per
una breve uscita in barca. Già dopo mezz'ora passo davanti allo Yacht
Club con a poppa il lenzuolo da battaglia grande come mezza randa. Per
fissarlo abbiamo dovuto fare qualcosa di simile a una piramide umana.
Puntiamo al largo in solitudine. Binocoli ci guardano. Non so cosa farò
di quel bandierone. Intanto lo metterò in valigia, piegato come si deve.
Le insegne sono una cosa seria. Quando i Romani furono annientati dai
Germani a Teutoburgo,
Augusto mandò a cercarle tra i cadaveri. E non ebbe pace finché non le
riportò a Roma.
"Grande bandiera, barca di destra", mi sfotte uno skipper con tricolore
piccolo e malandato, che incrocio sotto il faro. Già, che ci faccio con
quel panno esagerato? Son diventato di destra? Proprio io che detesto i
nazionalismi, ho un cognome che finisce per zeta e covo nostalgie
austriacanti? Non sarà che la politica s'è capovolta, non sarà che la
destra si è fatta pappa e ciccia con chi butta nel cesso il tricolore, e
ora tocca ai bastian contrari difendere unità, istituzioni,
Risorgimento? Non che la sinistra sia di conforto. L'ho verificato ai
primi di maggio, quando ho telefonato ai democratici in consiglio
regionale. Ho detto: ragazzi, se per ricordare Garibaldi andate in aula
in camicia rossa, giuro che vi sbatto in prima pagina. Proposta
irresistibile per un partito d'opposizione oscurato dai media. E invece,
due giorni dopo, m'è arrivato un curiale diniego. Ah, "tu sei l'emblema
dell'ardimento / il tuo colore mette spavento", cantavano della loro
divisa i garibaldini. Spavento al nemico, ovviamente. Oggi il rosso
ardimentoso fa paura anche a chi dovrebbe indossarlo. Povero eroe,
scaricato come da Simon Pietro. Dopo la Resistenza, anche il
Risorgimento è out. A Verona c'è stato un convegno sui 150 anni dei
Mille, roba con grandi nomi, ma l'università ha negato il patronato per
codardia. Non si sa mai, con i padani al potere. Silenzio curiale anche
lì. Al punto che il sindaco Tosi, Lega Nord, ha avuto tutto lo spazio
per il bel gesto, e ha benedetto i relatori spiazzando i chierici
tremebondi. Cosa siamo diventati? Nel '48 l'università di Pisa mandò un
battaglione di 600 volontari alla prima guerra d'indipendenza e trecento
ne morirono a Curtatone e Montanara; da allora i cappelli dei goliardi
pisani hanno la punta mozzata, in segno di lutto. Erano matti o avevano
rettori di un altro stampo?
Un disastro anche la ricerca della camicia. Rossa sul serio, come il
sangue e la fiamma. Non rosso-cardinale, rosso-mattone, o rosso tendente
al fucsia o al ciclamino. No, rosso esplicito, che non mente, che grida
vendetta. Provate a trovarla. Impossibile. Uscita dalla produzione,
dalla memoria, dall'immaginario. Capisco che dovrò farmela su misura. Ma
dove trovare il modello? Nella teca di quale dei cento musei del
Risorgimento d'Italia? Milano? Genova? Napoli? Ce ne sono nel più
sperduto paese della Penisola. Magnifiche, spiegazzate, mangiate dalle
tarme, con i bottoni in metallo fino a metà, il taschino, il ricamo
sudamericano. Ma anche lì, missione impossibile. Scopro che sono tutte
piccole, roba da bambini di 12 anni. Non è magnifico? Gli eroi che
fecero l'Italia erano tappi malnutriti di un metro e sessanta. Era
l'Italia che mangiava polenta e niente, l'Italia della pellagra e della
malaria. Ma dove trovare una XL per me? Mi soccorre un libro con
l'illustrazione di un luogotenente di G., grosso come Bud Spencer. Fatte
le proporzioni, la mia taglia. Sotto c'è scritto: "Domenico Cariolato,
1835-1910, vicentino. Quattordicenne, combattè per la repubblica
romana". Telefono al museo di Vicenza, il direttore conferma. La camicia
è nella teca, "venga pure a prendere le misure". È fatta.
Ma ora devo cercare qualche libro, e anche qua è un vero disastro. Testi
di Garibaldi introvabili. Più facile leggerne uno di Federico di Svevia.
Idem per i libri dei suoi aiutanti. Cesare Abba? Forse dagli antiquari,
mi dicono in negozio. Ippolito Nievo? Mah. "Camicia Rossa" di Alberto
Mario? Tra due settimane. La casa editrice che ha ristampato "I mille"
di Giuseppe Bandi ha un nome che parla da sé: Eretica. I capisaldi della
memorialistica unitaria sono quasi pubblicazioni clandestine. C'è un
coperchio di piombo sul pentolone del Risorgimento. Per disperazione
gratto alla porta di Marina Rossi, una studiosa di storia che i libri li
terrebbe anche sotto il letto. Apre la porta con uno scialle russo a
fiori di nome platok e mi fa entrare nel suo fortino della memoria.
Muraglie di volumi, incartamenti, foto, oggetti dal Sudamerica, dai
Balcani, dalla Siberia. Mi presta "Da Quarto al Volturno" di Abba. Siam
messi male, concordiamo. Quando eravamo piccoli ci imbottivano di
retorica, ma ora è lo sfascio. Abolita la geografia, scomparse le
cattedre di storia del Risorgimento, chiusi i musei, silenzio sulla
questione sociale. Bolle il samovar, Marina serve un infuso caucasico.
"A pensarci, c'è stato un momento in cui s'è riflettuto sull'unità: gli
anni Settanta, tempo di manuali scolastici eccellenti". Ne apriamo uno,
il Bietti. Che tuffo al cuore! Magistrali citazioni di Verga, Cavour,
Bandi, Abba. Chiarezza su Mazzini, Cattaneo e Garibaldi, che cercavano
il federalismo e non la sciagurata alleanza che ci fu, fra i borghesi
del Nord e i latifondisti del Sud. Chiarezza sulla sconfitta delle
camicie rosse, scaricati come reprobi dopo la conquista delle Due
Sicilie.
"Quando le trombe suonavano all'armi / con Garibaldi corsi ad
arruolarmi": così negli anni Cinquanta le patriottiche maestre di
Trieste italianissima si sgolavano con noi scolari. Si sa, sulla
frontiera, col nemico alle porte, si doveva stare all'erta. Il bianco
era bianco e il nero era nero. Oggi invece parto, e non so quale Paese
troverò.
3. continua
(03 agosto 2010)