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lunedì 13 settembre 2010

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                           fuori porta

L'eroico blitz sulla ciminiera


Azione garibaldina a Montecchio Maggiore, piccolo paese del Vicentino. Durante la notte un misterioso commando riesce a issare a 30 metri d'altezza due bandiere tricolore
di PAOLO RUMIZ

Confesso. Mi era venuta voglia di assaltare un campanile padano e appenderci il Tricolore. Un contro-blitz patriottico, in risposta al ruggito del Leone di San Marco in cima alla torre marangona di Venezia, 14 anni fa, a opera di un serenissimo commando. Avevo anche pensato dove: a Godega Sant'Urbano, villaggio natio del neo-governatore del Veneto, Luca Zaia. Ma dopo avere ispezionato la torre campanaria, la cosa si era rivelata impossibile. Sesto grado, salvo un compromesso col parroco, improponibile a un garibaldino. Stavo già studiando la situazione sotto il campanile ancor più vertiginoso di Breganze, quando mi è arrivata una telefonata. La redazione centrale. "Guarda che qualche giorno fa i tuoi garibaldini hanno messo un tricolore enorme sopra una ciminiera in un paese del Vicentino che si chiama Montecchio Maggiore. C'è putiferio, e non si sa chi siano gli autori. Vai a vedere, forse la storia fa al caso tuo". Resto senza parole. Ma allora esistono! Le camicie rosse sono uscite dal sonno! Diavolo, le avevo sotto il naso, in Veneto, e non me n'ero accorto. Bravi, bravissimi. La ciminiera, simbolo operaio: linguaggio simbolico esemplare. Mi identifico nel gesto; e impreco per essere arrivato tardi. Invidia, quasi odio.

Montecchio. Ma perché hanno scelto quel luogo? Leggo che c'è una solida maggioranza venetista e della Lega Nord, e che il Comune è stato accusato di angherie verso poveri e stranieri, finendo sulle prime pagine. Refezione scolastica tolta agli indigenti, controlli asfissianti sulla cubatura
degli appartamenti in affitto agli immigrati, panchine segate. A coronamento di questi esemplari comportamenti cristiani, il sindaco ha piantato una croce bella grande nel cortile d'ingresso del municipio. Una pensata così ipocrita che persino qualche prete ha protestato.

Arrivo in paese di sera, dopo una grande pioggia, col sole che squarcia le nubi. Colline magnifiche, vigne, luce di una bellezza sconvolgente. La ciminiera, 30 metri almeno, in mattoni rossi, è un monumento di archeologia industriale appartenuto alla fabbrica delle marmellate Boschetti. Guardo bene: la bandiera non c'è più. Ma c'è qualcosa di altrettanto interessante in cima. I tecnici della telefonia mobile che, sotto il controllo dei vigili urbani, istallano due ripetitori. I fili dell'impianto oscillano ancora nel vuoto. Tutto indica un intervento d'urgenza. Non ho parole. Per non esporsi in prima persona, il Comune ha affidato a una ditta di telefonini il lavoro sporco di levare l'intollerabile simbolo dal cielo serenissimo. Un altro monumento all'ipocrisia.

Senso di vuoto, tuffo al cuore. Con quella luce la bandiera sarebbe stata perfetta. Ma l'audacia dell'azione si libra ancora nell'aria. Un posto da vertigini. Come hanno fatto quei matti a salire fin lassù senza precipitare e senza essere visti? Intorno ci sono condomini affollati, persino la sede della polizia urbana; ma nemmeno alla pizzeria Capuleti, lì a pochi metri, hanno visto qualcosa, e sì che lì ci vanno a banchettare le camicie verdi. Capisco che il gruppo ha agito con rapidità, precisione e senza mezzi pesanti. Dev'essere anche gente con senso dell'umorismo: hanno lasciato ai giornali una rivendicazione che ha fatto ridere mezzo paese. Si chiamano Bebi, Ucio e Berto, e hanno colpito in "una notte di plenilunio". Di Tricolori ne hanno innalzati non uno ma due: il secondo più basso, con la scritta "Viva Garibaldi". In rete c'è la foto dell'uomo ragno appeso al vuoto in un cielo madreperla. Leggo: il blitz è dedicato alla memoria dei "garibaldini dimenticati di queste terre, Cariolato Domenico, Radovich Toni, Cipriani Bonaventura e altri che un secolo e mezzo fa, in queste ore, passavano gli Stretti per risalire l'Italia". Un'altra pazzesca coincidenza: Cariolato, l'uomo che mi ha prestato la camicia. Come se mi avessero letto nel pensiero. Li devo trovare questi satanassi. In calce alla rivendicazione di garibalderia, un'inedita poesia in veneto del compositore vicentino Bepi De Marzi, dal titolo "Fradei de Montecio", cantabile sulle note dell'inno di Mameli. Basti l'inizio: "Fradei de Montecio / Montecio se sveia / cò l'elmo del Celto / che fa meraveja". Il resto gronda allusioni sulle ultime guasconate leghiste della sindachessa Milena Cecchetto. Poi il finale roboante: "Padania o la morte / Padania o la morte / la Lega ciamò / Ciò!". De Marzi non poteva mancare. Un irriducibile. Pur di non farsi amministrare da una Lega reazionaria è arrivato a traslocare dal suo paese di Arzignano e trasferirsi nel capoluogo. Chissà, forse è lui il Bepi degli arditi.
Gli telefono. Ovviamente gongola dell'azione, ma conferma solo la paternità dell'inno. Antonella Fadda, che presidia come un mastino il territorio per conto del giornale di Vicenza, mi racconta che anni prima un audace leghista di nome Arsenio, oggi consigliere comunale, ha scalato lo stesso caminone e appeso un sole delle Alpi, che - a differenza del Tricolore - è rimasto in vetta per mesi, fino a ridursi a brandelli sotto le intemperie. Oggi che la Lega di lotta si è estinta, non si trova un ardito capace di togliere la bandiera con azione altrettanto elegante.

C'è consiglio la stessa sera in Comune. Ci vado (in camicia rosso mattone e canotta vermiglia) sperando in un putiferio. Invece la questione viene omessa tra gli sbadigli, annegata nell'ordinaria amministrazione. Un mortorio di ratifiche, con la sindachessa Manuela Cecchetto che mastica chewing gum, non apre bocca e fa sapere di avere "un pessimo rapporto con la stampa". L'opposizione di sinistra tace. Il giorno prima ha dichiarato di non riconoscersi in un'azione così fuori dalle istituzioni. Per carità d'Iddio, che non si pensi che i democratici si identifichino in una bandiera fuori moda e nel rosso del generale terrorista! Pierangelo Carretta, lista civica d'opposizione, si spreca: "A mi la bandiera no me da miga fastidio". Ma poi sbotta, rivolto alla stampa: "No gavè altro de far che starghe drio ale bandiere?". Fantastico: omertà siciliana, nell'efficiente locomotiva d'Italia. Ma dietro le quinte è tutto un bisbigliare curioso. Che ci fa la stampa a Montecchio? Chi sarà il capo del commando? Bepi De Marzi? Il libraio del paese che sa scalare? La sinistra che non c'è? La destra patriottica in lite coi padani? La Lega di governo che non ne può più dei talibani della Lista San Marco? Le ipotesi denunciano scricchiolii nella maggioranza, identici a quelli che la stanno spaccando in sede nazionale. Fantastico: i garibaldini non potevano fare di meglio, ora devo trovarli. E se non sarò in grado di farlo, confido che siano loro a cercare me. Sono o non sono una camicia rossa?
5. continua
(05 agosto 2010)

 


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