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lunedì 27 settembre 2010

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                           fuori porta

La discesa dei ribelli sull'Adige


Persino a Verona, l'unico posto del Nord dove non sia mai scoppiata una rivoluzione, ci sono i garibaldini. E hanno celebrato la partenza dei Mille con una spettacolare azione in barca


Treno per Verona, Dolomiti che scintillano come denti di caimano. Un godimento, dopo il colpaccio di Montecchio, viaggiare in camicia rossa col luogotenente invisibile, Cariolato Domenico da Vicenza, classe 1835, l'uomo di cui porto i panni. Leggo "Da Quarto al Volturno" di Cesare Abba. Che libro! Un romanzo di cappa e spada, solo che quello che si narra è tutto vero. Garibaldi? Robin Hood, Sandokan, D'Artagnan. Ma con in più il fatto che è esistito. Cosa c'è di più romanzesco di lui? Chi altro è stato insieme corsaro, guerrigliero, contadino, capitano di lungo corso, operaio, soldato e liberatore?
Il mio compagno di viaggio protesta, non ne può più di capannoni. Che aspetti a imbarcarti a Quarto, mi dice. È lì la leggenda, la gioventù, la vittoria, la rotta per la terra dei Vespri, l'Orsa Maggiore fulgida e beneaugurante sul mare. Ma no, vecchio mio, gli rispondo. Padani furono i Mille, e nordista fu l'unità, nel sogno, nella battaglia, nelle glorie e nei fallimenti. E nordista è il veleno che oggi ti buttano addosso, come se fossi complice di "Roma ladrona". Per questo noi due nel Nord dobbiamo restarci ancora, per capire. E rispondere agli insulti.

La resistenza continua. Persino a Verona, l'unico posto del Nord dove non è mai scoppiata una rivoluzione, anche lì i garibaldini ci sono. Gli stessi che il 5 maggio hanno celebrato i 150 anni della partenza da Quarto con una spettacolare discesa dell'Adige in barca. Erano cento, in camicia
vermiglia, fradici sotto la pioggia col fiume in piena. Oggi si ritrovano per bere un Recioto e cantare vecchie canzoni. È così che va ricordata l'unità: con assemblee sediziose. L'appuntamento è alle 17, all'osteria "Ai preti". E noi due, caro Domenico, ci saremo.
"Rataplan, tambur io sento / che mi chiama alla bandiera / oh che gioia o che contento / me ne vado a guerreggiar". Eccoli! Il coro arriva dal fondo del vicolo. In osteria saranno in venti, e c'è Emilio Franzina, un docente di storia all'università, che ci dà dentro con la chitarra. Ha polmoni come mantici e all'università tiene anche lezioni in musica. "A quindici anni facevo all'amore / daghela avanti un passo, delizia del mio core". Grande Gigugin! A Milano la cantarono per ore sotto la finestra del governatore austriaco, fino a farlo uscir di testa.

"Con un canestro de orae / con quatro canonae / vegnerà Garibaldi a ste palae", si cantava a Venezia nel 1860. Un'altra era: "Cossa fa Bepi caligher? El xe drio a lustrarse el stival". Il Risorgimento è stato anche guerra dei nervi in musica, scrive Angela Alberton in una sua ricerca. Il giorno della festa dell'imperatore, prima si suonava a sorpresa l'Inno di Garibaldi, poi si finiva il galera. E a chi chiedeva "quando mi liberate", i gendarmi rispondevano "quando arriverà Garibaldi".
Presentazioni. Piero Pistori, bianco di barba, voce da baritono e sciarpa tricolore. Giorgio Bertani, storico editore veronese che dopo il fascismo è stato l'unico a stampare le memoria di G.; ha capigliatura leonina biondo cenere, jeans, basco rosso, scarpe pure, bisaccia e bastone da montagna. Roberto Altichieri, agronomo, camicia fiammante, recita "Delle spade il fiero lampo" in piedi sulla sedia. Padania senza memoria! Erano veneti due terzi dei 38 mila volontari che si presentarono a Garibaldi nella terza guerra d'indipendenza. Veneti i vincitori di Bezzecca. Cinquemila quelli che andarono in Sicilia nel 1860. E venti i parlamentari veneti con un passato in camicia rossa.

La notizia dell'assalto garibaldino a Montecchio semina allegria. Ma ecco le sorelle De Paoli, da Cerea, Bassa veronese, pronipoti di Cesare, uno dei Mille, rosse di gonna, ombrello e camicia. Venete come Antonia Masanello, che si spacciò per maschio, si imbarcò a Quarto e combattè a Calatafimi. Come Teresa Alighieri, bellissima e barricadera, che cucì camicie garibaldine, fu musa e miccia incendiaria del patriottismo antiaustriaco. O Caterina Bon Brenzoni, che cospirò rischiando la vita e di fronte al ribaltone della Penisola disse che il destino doveva farla nascere uomo. Femminile e nordista fu il nerbo del Risorgimento. Giulietta De Paoli: "Ho imparato ad amare Garibaldi dalla mia maestra, Fosca Nicotri, che già quarant'anni fa ci raccontava la storia dalla parte dei vinti" e per questo fu trasferita con manovra a tenaglia del sindaco e del vescovo, l'ineffabile monsignor Tordioli cui il paese riconoscente ha dedicato una via. E oggi, Giulietta? "Oggi ci vogliono ancora sottomessi, non è cambiato niente. Legga il giornale diocesano. Editoriali contro la libertà delle donne, della politica, del pensiero". Franzina canta e spiega, spiega e canta. In Sudamerica Garibaldi non apprende solo a cavalcare, ad amare donne appassionate, a fare la guerra per terra e il corsaro per mare, ma anche a ballare il Fandango con nacchere e chitarra. È lì che il canto entra prepotente nella sua vita. Alla battaglia di Galpao, quando viene accerchiato, esorta i suoi, che sono quasi tutti italiani, a sembrar più numerosi intonando l'inno del Rio Grande: "Guerra, guerra! Fogo, fogo! Contra os barbaros tirannos! E tambien contra os patricios!". Una tecnica antichissima. Fu con un grido terribile - l'urlo di Dioniso - che il dio dei greci mise in fuga un esercito intero. Arrivano prosciutto, formaggio, Valpolicella. Si discute animatamente della recia scomparsa, poi Emilio attacca con una cantiga brasiliana ripresa nel 1908 da Hector Villalobos: "A mulher de Garibaldi foi a missa sem balao / Garibaldi quando soube quase morreu de paixao". E poi, in spagnolo, un ritornello dell'Entre Rios, stavolta contro di lui: "Arriba muchachos que las cuatro son / que viene Garibaldi con su batallon". Svegliatevi che arriva, dobbiamo menar le mani. Fuori, Verona medievale è in un bagno di luce viola.

Intanto l'Italia smemorata giubila per la marcia di Radetzky. L'ho sentita alla stazione di Peschiera, settimane fa, alla coincidenza con la navetta per Gardaland, in mezzo a scolaresche in gita di fine anno. Nessun cartello avvertiva che lì vicino c'era Castelnuovo sul Garda e a Castelnuovo Radetzky aveva sterminato i civili per rappresaglia. Come a Marzabotto, rimasero vivi in pochi. Ma noi l'inno lo fischiamo lo stesso. Come se cantassimo giulivi per Kappler, l'uomo delle Ardeatine.
C'è un che di masochista nel prendersela con Garibaldi e non ricordare che 150 anni fa il Nord aveva le scatole piene dell'Austria. Le aveva così piene che persino noi triestini, sudditi di Cecco Beppe fino al 1918, odiavamo Radetzky. Già a fine Ottocento avevamo trasformato in presa per il culo il triplo firulì iniziale dei suoi fottutissimi pifferi, trasformandolo in una canzoncina che dice "Pagherò, pagherò, pagherò doman", ripetuto più volte, in un glorioso inno al dovere dell'insolvenza nei confronti degli osti canaglia.
(7. continua)
(07 agosto 2010)

 


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