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martedì 12 ottobre 2010

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                           fuori porta

L'altro verso dei lombardi
Il racconto della pistola sfilata dalla fondina dell'eroe durante una festa a Bergamo. E dei giovani che lasciarono il liceo per partire con i Mille. E studiare tra una battaglia e l'altra. Incursione a Pontida: Il generale ci andò per omaggiare la guerra al Barbarossa, oggi i verdi sono di vedetta

L'idea mi fulmina sul treno per Milano. E se andassimo a rompere i c. a Pontida? In fondo ci andò pure Garibaldi, prima di liberare Bergamo nel '59, per omaggiare la Lega lombarda e la guerra contro il Barbarossa. "Rompere i c.": insisto sul concetto, è tutto garibaldino. "Io son fatto per romper i c. a mezza umanità - scrive il nostro già nel '36 - e l'ho giurato, sì! Ho giurato per Cristo! Di consacrare la mia vita all'altrui perturbazione". Il luogotenente Cariolato è entusiasta: tornare a Pontida in camicia rossa. E non fa niente se ci sono i verdi di vedetta.

Attenti, son ben armato stavolta. Ho nella bisaccia le lezioni di Mario Isnenghi. Un quaderno carico come una pistola a tamburo. Non avevo letto niente di suo, ma poi mi hanno detto "Non ascoltare Isnenghi, è un garibaldino efferato", e così sono corso da lui. Troppo goloso l'epiteto, troppo battaglieri i precedenti. Tre anni fa, in Senato, la Lega ha interrotto con fischi e "buu" la sua rievocazione di Garibaldi, ma il prof ha tirato dritto. Non per niente è un pronipote di Enrico, uno dei Mille bergamaschi. E Bergamo è la città dei Mille, anche se finge di no.

Che appunti! Una salutare grandinata di sdegno. Ah, i "biliosi moderati", che spulciano nei momenti fondanti della nazione per trovarvi le pecche... Ah, le "finte nostalgie" - venetiste, austriacanti e neoborboniche - aggrappate a radici etniche inventate di sana pianta... E il Quarantotto, degradato
a "vaniloquio impotente", quando fu invece "un miracolo"; come a Venezia, che tenne duro a diciassette mesi di assedio! Non parliamo delle ironie sul Capo del Governo, quando ha liquidato l'unità come cospirazione massonica e anticattolica.

A Pontida dunque, dove quindici anni fa (ma sembrano mille) sentii Bossi tuonare contro "la mafia di Arcore". "Staneremo i fascisti casa per casa!", ululava dal palco, e chiamò le gerarchie cattoliche "vescovoni della giumenta". A quei tempi la Lega non aveva ancora imparato l'arte della genuflessione e il ligure Garibaldi se ne stava tranquillo nel Pantheon degli eroi del Nord. Ora torniamo sul posto, e che Dio perdoni quelli che non sanno. Quelli che credono che il peggio dell'unità è venuto da Garibaldi, non da chi gli ha sparato contro all'Aspromonte. Pontida è il luogo disastroso. Mito assente. Uno scampolo di verde sopravvissuto ai capannoni. Ma c'è appena stata un'adunanza di verdi, ed eccomi piombare sui superstiti con la mia camicia rossa. Metto in chiaro che non ho intenzioni ostili: "Sto rifacendo il viaggio di Garibaldi, e Garibaldi passò per Pontida".

Qualche insofferenza, ma anche voglia di sapere. Passo al dialetto di casa mia, per farmi accettare. Qui l'italiano tira poco. Racconto l'itinerario bergamasco di G., passatomi dal collega dell'Eco, Pino Cappellini. Il generale dorme a Caprino, in casa di una nobildonna che l'indomani gli regala un cavallo "magnificamente bardato". Poi c'è Pontida, dove il nostro si commuove, evoca Alberto da Giussano e il valore dei lombardi. A Ponte san Pietro sul Brembo inganna gli austriaci e risale in fiume fino ad Almeno, dove passa come sulla riva sinistra. Incontra lavandaie che lo dissetano con una ciotola di latte, poi entra in città senza colpo ferire. La città è già tutta con lui.

E che dire del 1860. Bergamo grondava di rosso. Il colore scese a fiumi dalla Val Seriana, dove il signor Gigi Fiore da Gandino, ammanicato con gli stati maggiori piemontesi, produsse e brevettò la tintura scarlatta dei Mille. In 174 partirono con la prima ondata, poi se ne aggiunsero altri 1400. Rossa era Bergamo e rosse le sue valli, e Garibaldi non era un lestofante, ma un eroe che infiammava. "Oggi c'è il verde - dico - ma la prima rivoluzione fu rossa. Non potete sparare sui vostri padri". Guardo l'effetto delle mie parole, e vedo esitazione, rispetto.

"Leggete qui", dico, e gli metto davanti un lettera di Garibaldi al re, anno 1869. "Ciò che voi chiamate esercito serve solo a difendervi dai vostri sudditi". Le cause del disastro sono "le pubbliche sicurezze, la finanza, i prefetti, e tutto il codazzo che accompagna codeste istituzioni, un esercito di impiegati d'ogni specie... che si arrampicano sull'erario pubblico come piattole...". E i suggerimenti? Decentrare, "basandosi sui Comuni, abolire prefetture, sottoprefetture, consigli di prefettura, tagliare le imposte". Come lo chiamate questo se non federalismo? Mi ascoltano in silenzio, e approfitto per menar l'ultimo colpo. A Bergamo, e non a Napoli, rubano la pistola al Garibaldi, sfilata dalla fondina durante i festeggiamenti in città bassa. Sulla Gazzetta locale compare l'annuncio: "Il generale in persona ringrazierà colui che la riporterà", ma del revolver scompare ogni traccia. Insegno una vecchia canzone, "Su lombardi all'armi all'armi / della gloria è sorto il dì", e l'incontro finisce a strette di mano, come per l'ultima adunata degli alpini, quando il tricolore ha invaso le valli della Lega. I bravi lumbard! Vanno solo presi per il verso giusto.

Come Bergamo, è rossa fuoco - di labbra e di blusa - anche Valentina Colombi, ricercatrice che ha frugato instancabilmente negli archivi del liceo Sarpi. In quaranta, racconta, lasciano le aule per Garibaldi. Al posto dei voti, c'è scritto "Ito in Sicilia", oppure "Defunto in Sicilia". Una classe perde tredici alunni su 35. Il provveditore scalpita, minaccia bocciature, poi consente il ricupero a dicembre. Alcuni studiano tra una battaglia e l'altra; dopo Calatafimi, vanno a Segesta a vedere le rovine greche. Ma alla fine passano anche i testoni, grazie all'impresa.

Caldo africano, saltiamo sul bus per l'alta Brembana. A Ornica, a quota mille, c'è una festa organizzata dalla cooperativa Donne di montagna; il fumo della taragna sale dai camini, i torrenti cantano nel tramonto color pesca. Metto i piedi a sbollire in una pozza, trovo una casa dove dormire, lavare la camicia sporca di troppa pianura e appendere la mia bandiera. Il luogotenente Cariolato si sente a casa. Su per le stradine in ciottoli c'è un duo di suonatori venuto da Dossena, gli Alègher, percussione con fisarmonica o cornamusa. Ci danno dentro con canti di emigrazione e fatica. "Quando in America siamo sbarcati / abbiam trovato né paglia né fieno / abbiam dormito sul duro terreno / come le bestie abbiam riposà". Ma meno male che c'era l'America, e meno male che c'era Colombo, "che ha scoperto una parte del mondo / per l'onore dei nostri italian". Italia, Italia. Gli vado dietro con la voce, son pratico di cori. Ma, con un po' di rosso in corpo, alla fine son loro che vengono dietro a me, quando intono "La mula de Parenzo", delle mie terre adriatiche d'oriente. E così, la giornata iniziata cercando rissa finisce ballando con una lombarda, accanto al monumento ai Caduti della Grande Guerra, che Dio li abbia in gloria.
9. continua
(10 agosto 2010)

 


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