Giovanni

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sabato 22 dicembre 2012

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                      Roma sparita

Piazza Barberini

                                   guarda l'acquarello


"Io benedisco piazza Barberina, / e tutt'er unione e la funtana, / benedisco er mi' amor ser'e mattina". Così in uno dei canti popolari romani raccolti da Giggi Zanazzo. Candidi e zoppicanti versi, che riescono tuttavia a dire l'arcaico incanto della scena ispiratrice. Case quasi tutte basse, delle quali pochissime sopravvivono, anche perché sul lato sinistro la strada sarà più tardi allargata. Il palazzo sulla destra ha ancora ai piedi, in angolo, la berniniana Fontana delle Api, che verrà poi trasferita all'inizio di Via Veneto. Vi abitò un tempo Arcangelo Coltelli, che si affacciava proprio su quella loggia. E al centro, protagonista, la maschia Fontana, pure del Bernini, con delfini, conchiglie e robusto tritone nel mezzo.

 

Un getto, quello che lancia dalla conchiglia la creatura marina, tutta in travertino, che non riesce quasi ad entrare nel dipinto. Scende d'intorno un'acqua fluente e corrente, anche se lascia depositi di vegetazione sui bordi della variegata tazza. Ma per le fruttarole e le cicoriare, che je stanno intorno, è lo stesso una mano santa. E beato chi se poteva magnà quella robba, fresca fresca, appena portata via dall'orto. Qualcuno ha scritto di una Roma "vegetaria", e guardando quest'acquarello si può ben dire che non aveva torto.

 

Tutto, nella scena, sembra ridotto a essenziale meccanismo di vita. Quasi un ristagno, appena riscattato dai centri concentrici nell'articolato bacino della fontana. Quella stessa, come pure la piazza, che fu del Belli e del Pinelli. Un pezzo da museo, il Tritone, in una piazza di paese. E manca, nella veduta roesleriana, orientata in direzione opposta, l'unico interlocutore degno della sua bellezza e della sua celebrità: Palazzo Barberini. Non dimentichiamo tuttavia, che questa rustica Roma, questo "paesaggio", erano pure quelli dell'ispirazione dannunziana. Il piacere, Il trionfo della morte, Elegie romane. Ed è proprio in questi versi che vanno ritrovati di elementi di quel dialogo, trasfigurati nelle cadenze di quella poesia.

"Agile dalle gole capaci il tritone a que' fochi

dava lo stel dell'acqua, che si spandea qual chioma.

Tremula di baleni, accesa di porpora al sommo,

libera in ciel, la grande casa dei Barberini

parvemi quel palagio ch'eletto avrei agli amori

nostri...".


In quei medesimi anni, del Franz e di D'Annunzio, dopo essersi "affaticato a cercare una località anticristiana", fu costretto ad accontentarsi di piazza Barberini anche Friedrich Nietzsche. "In una loggia alta, sulla piazza" racconta in Ecce Homo, "dalla quale si domina Roma e si sente crosciare nel fondo la fontana, fu composto quel solitario inno, il più solitario di quanti siano stati creati, il Canto notturno». Nachtlied.


da "Roma sparita negli acquerelli di Ettore Roesler Franz"
di Livio Jannattoni
Newton Compton Editori


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