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venerdì 28 dicembre 2012

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                      Roma sparita

 

Vicolo Sterrato ora Vicolo di S. Niccolò da Tolentino

                                                    guarda l'acquarello


Scena emblematica della Roma veramente "sparita". Non mancava nulla per fare impazzire gli adoratori del picturesque. E pittori e incisori fecero a gara per non lasciarsi sfuggire quel "quadro". La stradina sterrata, fangosa, e il pastorello con le pecore, la donna che avanza in direzione opposta. A sinistra un fienile, con la sua brava carrucola per tirare su, per portare all'asciutto foraggi ed altro. In fondo, sulla Via di Porta Pia (attuale Via XX Settembre), facciata e campanile di S. Caio, chiesa poi demolita per far posto al Ministero della Guerra. A destra il colossale Pino dei Giardini Barberini, che stende un'ombra protettiva sulla statua dell'Apollo Citarcelo. Il gioco spietato della guerra urbanistica doveva invece finire per cancellare tutto. Ed oggi sul tracciato di quel vicolo s'inerpica la Salita di S. Niccolò da Tolentino, con obbligo di «"senso unico", tra due pareti continue e pressoché inaccessibili.

 

La chiesa di S. Caio, e relativo monastero, aveva origini antichissime. Venne riedificata poi da Urbano VIII sui piani di Francesco Peparelli e Vincenzo Della Greca. E va aggiunto che, per realizzare quell'edificio ministeriale, erano state sacrificate altre due chiese, sempre con annessi monasteri. S. Teresa e la Ss. Incarnazione. Una moria impressionante. Né si conosce dove sono finiti quei marmi, quelle opere d'arte, e il restante materiale di risulta. "Sarebbe desiderabile", osservava Mariano Armellini intorno a quell'epoca, "che presso il luogo ove furono queste memorie, che da alcuni anni si vengono furiosamente abbattendo, si sostituisse almeno un'iscrizione".

 

L'implacabile religione del Vitello d'Oro, come scriveva Costantino Maes nel suo "Cracas", più che mai professata a Roma in quegli anni, non doveva risparmiare nemmeno il Pino Barberini. Una delle tre meravigliose chiome che ornavano un tempo il cielo di Roma. Con il Pino dei Giardini Colonna, abbattuto nel 1846, dopo che il fulmine si era accanito contro il secolare colosso vegetale, e il Pino di Monte Mario, più famoso di tutti, sopravvissuto fino ai primi anni del nostro Novecento.
 


da "Roma sparita negli acquerelli di Ettore Roesler Franz"
di Livio Jannattoni
Newton Compton Editori


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