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sabato 05 gennaio 2013

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                      Roma sparita

Villa Ludovisi

                                   guarda l'acquarello
"I luoghi già per tanta età sacri alla Bellezza e al Sogno". E forse pochissime testimonianze sulla scomparsa Villa riescono ad avere poetica rispondenza con l'espressione dannunziana, come questa veduta. Abbandonandosi ancora di più alla "macchia", per quanto l'acquarello possa concederlo, Roesler Franz ha ritrovato qui una visione di verde, filtrata di luce, simile a quelle che doveva avere avuto familiari durante le molte "riprese" nella Campagna Romana. E Villa Ludovisi era già un Eden disabitato. L'opera di distruzione, di demolizione, del vastissimo comprensorio, aveva già avuto inizio nel precedente 1885. Preludio alla successiva e intensiva costruzione, nell'area così ricavata, del quartiere che ne avrebbe ereditato soltan-to il nome.

 

"Era il tempo in cui più torbida ferveva l'operosità dei distruttori e dei costruttori sul suolo di Roma", annotava infatti D'Annunzio ne Le vergini delle rocce. "Le magnifiche stirpi — fondate, rinnovellate, rafforzate col nepotismo e con le guerre di parte — si abbassavano a una a una, sdrucciolavano nella nuova melma, vi s'affondavano, scomparivano". Sembrava veramente, continua lo scrittore pescarese, "che soffiasse su Roma un vento di barbarie e minacciasse di strapparle quella raggiante corona di ville gentilizie a cui nulla è paragonabile nel mondo delle memorie e della poesia". E proprio dalla memoria di Gabriele non si toglierà più ciò che i suoi occhi aveva dovuto vedere in un pomeriggio di novembre.

 

"I giganteschi cipressi ludovisii, quelli dell'Aurora, quelli medesimi i quali un giorno avevano sparso la solennità del loro antico mistero sul capo olimpico del Goethe, giacevano atterrati, atterrati e allineati l'uno accanto all'altro, con tutte le radici scoperte che fumigavano verso il cielo impallidito, con tutte le negre radici scoperte che parevano tenere ancor prigione entro l'enorme intrico il fantasma di una vita oltrepossente. E d'intorno", prosegue e rincalza il romanziere, "su i prati signorili dove nella primavera anteriore le violette erano apparse per l'ultima volta più numerose dei fili d'erba, biancheggiavano pozze di calce, rosseggiavano cumuli di mattoni, stridevano ruote di carri carichi di pietre, si alternavano le chiamate dei mastri e i gridi rauchi dei carrettieri, cresceva rapidamente l'opera brutale che doveva occupare i luoghi già per tanta età sacri alla Bellezza e al Sogno".

 

Il muro di cinta della Villa si identificava per gran parte nelle stesse Mura Aureliane, chiaramente visibili nell'acquarello. Il colossale busto creduto di Alessandro Magno, e tuttora accolto in un nicchione ricavato in quelle mura, aveva costituito un tempo il degno sfondo ad uno dei viali arborei. Dalla Porta Salaria a Porta Pinciana, il grande parco continuava poi ad essere delimitato da Via di Porta Pinciana, fino ad oltrepassare i punti estremi dell'asse formato oggi da Via Ludovisi-Via Boncompagni. Era stata tutta fotografata, prima della sacrilega ecatombe, per tramandarne il ricordo. Una novantina di fotografie. E per la medesima melanconica arca dei ricordi, in una comune intesa d'artista, in quel 1886 aveva ritratto la Villa anche Lorenzo Delleani, nel dipinto ora nella Galleria Nazionale d'Arte Moderna in Roma.
 


da "Roma sparita negli acquerelli di Ettore Roesler Franz"
di Livio Jannattoni
Newton Compton Editori


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