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venerdì 29 ottobre 2010

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                      Roma sparita

La Fontana Clementina al Porto di Ripetta
                                  (guarda l'acquerello)
Sull’orizzonte vede di Prati spunta Castello, semicoperto dai monti e dalla stella di papa Albani Clemente XI. E spunta a destra pure il Cupolone, la bella fontanina, il bacino, la balaustra di travertino animata da palle decorative e fontanelle, coronano e decorano l’emiciclo centrale del complesso architettonico.
E il pittore ha voluto aggiungere anche una nota di colere rosa. Una cameriera, a sinistra, con crestina e grembiule bianchi, sorveglia la bambina affacciata sulla vasca non vietandosi al tempo stesso un aggancio discreto col bersagliere galante.
Molti anni dopo la demolizione del Porto, la fontana, la scogliera araldica, gli idrometri in forma di colonna e la lapide celebrativa, vennero rimesse in opera dinanzi a Palazzo Marescalchi nella vicina Piazza del Porto di Ripetta in vista di Palazzo Borghese. Spaesate, cioè, in un ambiente nuovo, privo di qualsiasi risonanza tradizionale e proibite dal traffico che arroventa quel lungotevere.
Gabriele D’annunzio ebbe particolari rapporti di simpatia e di ispirazione con la zona Ripetta. La via, il porto, la passeggiata.”Le acque del Tevere hanno minacciato l’Urbe”, scriveva in una sua “cronaca” del 16 gennaio 1885. “Ma la piena sta per dileguare. Rimane allagata Ripetta, quella poetica passeggiata di Ripetta dove le donne tiberine mettono i panni ad asciugare sotto li antichi alberi al sole di mezzogiorno e dove certi neri fanciulli abbruscano il caffè sui fuochi fumosi. Quella passeggiata”, proseguiva, “è uno dei più caratteristici luoghi della vecchia Roma”. Una passeggiata tutt’ora sopravvissuta sia pure snaturata dal Lungotevere.
Poi lo scrittore pescarese esce dalla cronaca e ci dona una impressione tiberina tutta dannunziana e non databile. “Quando sono le mattinate di sole invernale”, scrive, “il Tevere diventa davvero biondo per i vapori e per le nebbie che salgono verso le rive. Gli alberi morti rompono qua e là la linea verdognola e cenerognola delle case. Una sonnolenza malsana, ma pur piena di fascino, sale dalla placidità fluviale. E niuno spettacolo è più stranamente triste che il guardare un barcone carico di legno allontanarsi lungo la corrente e sparire nelle caligini tra violacee e rosee verso i ponti”.
 

da "Roma sparita negli acquerelli di Ettore Roesler Franz"
di Livio Jannattoni
Newton Compton Editori


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