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sabato 26 marzo 2011

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                      Roma sparita

 

Gli Orti dei Farnese presso Ponte Sisto

                                   guarda l'acquarello

 

La veduta riprende esattamente a valle del sepolcro dei Platorini ammirato nell'acquarello precedente. Ecco infatti il terrapieno dei giardini della Farnesina, le torri modificate delle antiche Mura e altri ruderi in primissimo piano. Ma il verde della celebrata Villa proseguiva pure al di qua delle Mura per rendere allegre le "pergole" a quel tempo comuni, delle osterie e trattorie tipiche popolaresche. Proprio uno di questi locali, con entrata al Vicolo Moroni 34, prendeva il nome di "Trattoria del Lungotevere" (insegna più tardi mutata in "Giardino del Lungotevere" e più tardi ancora in "Orti Aureliani"). E fu lì che Cesare Pascarella ebbe la prima ispirazione per scrivere i sonetti di Villa Gloria.

 

Il passo iniziale verso la genesi del poemetto che tanto avrebbe dovuto esaltare Giosuè Carducci, "Pasca" lo aveva compiuto ascoltando dalla viva voce di uno dei superstiti, Giovanni Mancini, le gesta dello sfortunato drappello Cairoli. L'incontro era avvenuto proprio in quella trattoria su Lungotevere, popolare e rinomato ritrovo di patrioti e di artisti nei pressi di Ponte Sisto. E a prepararlo era stato Gandolin, Luigi Arnaldo Vassallo, grande nome del giornalismo di allora, amicissimo del poeta.

Il Mancini si era infervorato oltre misura nel rievocare e Pascarella quella notte quasi non ci aveva dormito. Sicchè, riferisce Gandolin, il giorno appresso di buonora ritornò dal Mancini. E volle con lui andare, per affermar l'immagine anche più viva, sopra le alture di Villa Gloria, fra i ciclamini e le viole che fioriscono attorno a quel mandorlo storico che vide tanto splendore di sacrificio e di eroismo. e là, continua l'esaltato racconto di Gandolin, su quel colle degli spartani italici, zampillò sonora, quasi rievocazione religiosa nella ingenuità dei cuori, la popolare epopea.

Fu là, prosegue sempre, che alla domanda se i papalini si tenevano lontani, il Mancini rispose con frase shakeasperiana. Erano così vicini "che quasi je potemio sputà in faccia". Se la precisione delle parole riferiter risulta assoluta, dobiamo credere che anche sulla bocca del Mancini fioriva l'endecasillabo. E piacque tanto anche al "Pasca" da passarlo pari pari nell'ultima terzina del XIV sonetto.

 "Ma quanno che ce corse tanto poco

che quasi je potemio sputà in faccia

Ninetto urlò "Viva l'Italia! Foco!"

 

Così il recupero poetico di una famosa impresa risorgimentale iniziò a svolgersi in riva al Tevere in un locale tradizionale proprio mentre Roesler Franz si aggirava anche lui su quelle sponde per effettuare altri recuperi. Per fermare altre "memorie".

                            

da "Roma sparita negli acquerelli di Ettore Roesler Franz"
di Livio Jannattoni
Newton Compton Editori


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