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venerdì 29 luglio 2011

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                      Roma sparita

Via e chiesa di S. Bonosa

guarda l'acquarello

 

Posta fra Tevere e Lungaretta, la Via, o Vicolo di S. Bonosa, si trovava al centro del pittoresco ricamo di altre vie, vicoli, piazzette ed archi, che verranno sacrificati per dare origine alla Piazza Sidney Sonnino (poi condivisa con Giuseppe Gioacchino Belli). Da una parte cioè le si affiancavano Via dell’Arco dell’Annunziata e Vicolo Sacchetti, dall’altra il Vicolo dell’Olmetto, e giù ancora, fino al Vicolo della Luce, alla Piazza delle Gensole. Si potrebbe dire addirittura che, in questo intuitivo raccordo topografico, nato e formato attraverso i secoli sotto la spinta di pratica necessita, la Via di S. Bonosa avesse quasi una naturale continuazione sull’altra sponda del Tevere, in Via della Mortella.


Il pittore, che aveva gia effettuato la sua brava ricognizione fotografica, ha fissato la veduta all’acquarello nell’ora in cui il sole va declinando verso il Gianicolo. Ma i suoi raggi investono ancora la facciata della chiesa, e l’antichissima casa sulla destra, tutta a mattoni, di chiare origine medioevali, e forse con fondamenta e strutture romane. Le finestre, il verde delle porte, i panni stesi, la gente, tutto ha significato di vita paesana, quasi familiare. Alla quale sembra dare placido sfogo quella viuzza di fronte, che correva parallela alla Lungaretta e portava verso S. Agata.


La strada, sia pure amputatissima, e riuscita a restare nella toponomastica attuale, ma la chiesa venne rasa al suolo senza alcuna debolezza. Una delle più antiche e storiche chiese del Trastevere, come sottolineava l’Armellini nella sua fondamentale opera sulle Chiese di Roma. E non se ne deplorerà mai abbastanza "la distruzione avvenuta testé", aggiungeva, della "piccola e monumentale chiesuola", che risaliva forse al VI secolo, sicuramente al VII-VIII. Era anzi inserita tra le mete d’obbligo, fra le "curiosita" di Roma. Si credeva infatti che vi fosse sepolto Cola di Rienzo, confondendo con altra tomba. Quella di certo Nicola Vecca. Perfino Carlo Collodi sarà costretto a condurci il protagonista di quel suo didattico "Viaggio per l’Italia di Giannettino". Per fargli vedere la "figura d’uomo disegnata in graffito sul pavimento della chiesa di Santa Bonosa" vestita alla maniera dei trecentisti, e con sotto scritto Nicolaus Veca. Ma chi era questo Veca?, domandava Giannettino in quelle pagine. E subito arrivava la risposta, dotta e convincente. "Si crede che questo debba essere il sepolcro di Cola di Rienzo, e che la parola Veca sia composta con le iniziali Vir (uomo) Egregius (egregio) Clarissimus (chiarissimo) Augustus (augusto), che sono per l’appunto i titoli di cui si fregiava il famoso tribuno". Notizie riprese quasi parola per parola dal contemporaneo "Itinerario di Roma" di Antonio Nibby, corretto ed ampliato da Filippo Porena. D’altronde come doveva fare il povero creatore di "Pinocchio", costretto a sobbarcarsi a simili voluminose imprese scolastico-editoriali?

 

da "Roma sparita negli acquerelli di Ettore Roesler Franz"
di Livio Jannattoni
Newton Compton Editori


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