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sabato 13 agosto 2011

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                      Roma sparita

 

Corte del palazzo degli Anguillara

                                    guarda l'acquarello


Un palazzo baronale degradato ad abitazione comune, ma con saporosi accenti di casale di campagna. Impressione accentuata dai costumi delle donne. Un grande cortile da corpo di guardia, con quella doppia cordonata per correre su e giù con facilità, al primo allarme. E la materia grezza, dura. l grossi selci, la pietra dei gradini appena sbozzata. ln contrasto con il ballatoio porticato, in legno. Leggero, quasi fragile, Con quei puntelli dal di sotto. Il resto mattoni e tufelli. Tutta una tonalità rossiccia-marrone, appena contrastata dal ricamo verde dell'arbusto a destra. Mentre gli fa da riscontro, a sinistra, il drappo gettato sulla rudimentale ringhiera.


Da questo palazzo, risonante di ben altra vita, partiva Orso dell’Anguillara per incoronare Francesco Petrarca poeta in Campidoglio. Agli inizi dell’aprile 1536, il giovane Titta dell‘Anguillara, Gio. Battista signore di Ceri, si reco invece, "per curiosità", ad una delle udienze concesse da Carlo V, in visita a Roma. E ne nacque un episodio che doveva lasciare
segno profondo nella storia del "carattere" romano. Un episodio emblematico che avrà ancor più sapore se ascoltato dalla seicentesca voce dell’Amayden, storico delle "famiglie romane".
Titta arriva nel luogo del convegno. "Vedendo che nella sala alcuni pochi stavano coperti", col cappello in testa, "si cuoprì egli altresì. Il Maestro di Camera gli domando: perché V. S. si cuopre? Rispose Titta, con favella di quel secolo: perché haio Io catarro. In presenza di S. M. non si cuopre persona, soggiunse il cameriere. E perché, replico Titta, stanno coperti coloro la? Perché sono grandi di Spagna, disse il cameriere. Allora Titta: Io son grande in casa mia, e chi vorrà scuoprirmi averà da fare con questa, disse, impugnando la spada. Fu riferito all’Imperatore", prosegue l’Amayden, "’ardire del Romano, et egli, prudentissimo sempre, disse al suo Maestro di Camera: hanno ragione, stanno in casa loro, e perciò acquetati"

 

da "Roma sparita negli acquerelli di Ettore Roesler Franz"
di Livio Jannattoni
Newton Compton Editori


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