venerdì 19 agosto 2011
Roma sparita
Fortezza
degli Anguillara
All’inizio dell’Ottocento la famiglia Forti acquistò le case in parte
diroccate, il "palazzaccio", secondo la definizione di un erudito
cronista, che era stato degli Anguillara, potenti signori di Trastevere.
Complesso un tempo autosufficiente che, sempre secondo quel cronista,
comprendeva 24 abitazioni, tre granari, macello, stalla, grotta e
cantina. Il superstite palazzetto e la torre di difesa, unica
sopravvissuta tra le tante che. svettavano anche in questo Rione,
verranno restaurati un secolo più tardi fino alla degradazione, al
totale annullamento delle antiche forme, per ospitare poi la cosiddetta
"Casa di Dante"..
Allora anche i Forti avevano proceduto ad un generale quanto rispettoso
restauro, e, quasi a riconsacrazione dell’antico complesso, si erano
dedicati all’allestimento di un Presepio proprio sull’alto della Torre.
Celebrata attrazione del Natale romano in quegli anni. E all’ingresso
una iscrizione sanzionava la singolare impresa, narrando al tempo stesso
la storia della "fortezza". Questa torre, diceva, "propugnacolo a
guerrieri, carcere a captivi, vedeala il passeggero ed arretrava. Ma
voi, ospiti di ogni piaggia, entrate lieti. Ella è cuna di nascente Dio
pacifico redentore".
La benemerita Associazione fra i Cultori di Architettura aveva
sconsigliato il rifacimento. In quel periodo di straordinario
sommovimento urbanistico sarà invece ancora la volta, la centesima, la
millesima volta, delle grandi occasioni perdute. Proseguendo nel suo
compito, ma giovandosi, sembra, anche di fotografie preesistenti,
Roesler Franz è riuscito a fissare in un acquarello anche questo
"quadro" destinato a sparire. L’evanescente torre, dominante sullo
sfondo, al di la e al di sopra delle robuste mura a tufelli e dell’arco
di accesso. C’ò aria di festa intorno all’edicola mariana, ma alla fine
ne beneficerà sicuramente quel VINO (E CUCINA, c’é da immaginare) che fa
capolino sul margine estremo, a destra della scena. E forse potrebbe
pure trattarsi della immagine cosi descritta dal Rufini nella sua
raccolta del 1853. "Sul muro ritrovasi un baldacchino di legno che
ricopre la cornice di stucco entro cui si ammira
l’immagine della Madonna santissima addolorata dipinta a fresco nel
secolo passato. Una lampada è appesa innanzi la descritta effigie",
concludeva, "che nelle ore della notte arde a cura di divote persone".
Quasi a mitigate la corrusca risonanza che avevano ancora i nomi di
alcuni componenti della turbolenta, temuta famiglia, che si vuole di
origini normanne, come gli Allberteschi, loro vicini anche nella attuale
toponomastica dei lungotevere. E nomi che corrispondevano a Everso,
Orso, Deifobo, Petrasso, Pandolfo, Titta.
da "Roma sparita negli acquerelli di Ettore Roesler Franz"
di Livio Jannattoni
Newton Compton Editori