sabato 28 gennaio 2012
Roma sparita
Via
Rua in fondo a Portico d'Ottavia
Siamo nella parte del Ghetto maggiormente "aperto"
verso la città. Via Rua. La targa si legge sull'ultimo caseggiato a
destra. "Rua", o "ruga", spagnolesche, per "strada", "via". In
stretta concessione con il ricordo degli Ebrei, espulsi dalla Spagna,
alla fine dei '400 che vollero stabilirsi a Roma. Ma non ci troviamo
bella strada parallela a Via di Pescherla. Altrimenti non potremmo
vedere di fronte il Portico d'Ottavia e la chiesa di S. Angelo. Queste
vie dei Ghetto come s'è già detto, avevano insospettati "terminali". E
anche Via Rua piega, ad un cento punto, sia a destra che a sinistra, pur
conservando sempre il proprio nome.
Su questo tratto, quasi in asse con il Portico d'Ottayia, e in vista di
un largo spazio di cielo, Roesler Franz ci presenta uno scenario
raggiante di vita, al quale sembra fare da perno il magnifico dominicano
barbuto in posa di acquisto. A destra a in mostra una straordinaria
varietà:
merceologica riguardante l'abbigliamento. Giacche, cappotti, vestiti,
stoffe varie, pile di "pezze". E accanto un ombrellaro al lavoro. Un
quadro che sembra avere un'eco lontana nei nostri odierni mercatini e
mercatoni dell'usato. Un grande cartello informa "delta prossima
apertura, in Via dei Pianto, di un "Deposito di Cappotti". Così il
commercio degli Ebrei
dell'ex-Ghetto può finalmente allargarsi, trovare altri sbocchi diretti
in altre parti delta città.
A sinistra invece andiamo sul mangereccio. Canestri e altri recipienti
carichi, ai quasi bene si accompagna l'indicazione di un cento "vino di
Marino, 7. 8. 9. il litro". Forse venivano qui "li pittorl... a magnà li
carciofoli" secondo quanta racconta Cesare Pascarella in una delle sue
rare "Prose" forbite e deliziose, Carciofolata, del 1884.
Contemporanea perciò degli acquarelli.
Pascarella, anche lui pittore e disegnatore, ci fa ripercorrere in
quella pagina il dedalo di strade e stradette di una certa Roma
"sparita". Dal fondo di un vicolo "s'avanza un gruppo numeroso e
pittoresco di suonatori strimpellando mandolini e chitarre. Essi hanno
in capo grande tube ornate di fiori, e sono tutti vestiti con abiti
vistosi di forma disusate. Le esclamazioni di sorpresa e le domande si
incrociano fra i portoncini e le finestre: - Che è successo?... - Che
d'è?... - E' ritornato carnevale?.. - Chi so'? E una voce, superando
il frastuono delle loci, degli strumenti e delle risate di cui ormai il
vicolo a piano, risponde: - So' Ii pittori
che vanno a magnà li carciofoli, in Ghetto."
C'è pure un manifesto, su quella parete a sinistra, che riguarda proprio
la "demolizione dei Ghetto". E altri segni del nuovo inserimento della
colonia ebraica nella vita sociale politica di Roma e dell'Italia. Una
striscia elettorale, "eleggete Balestra", un "W Garibaldi", e qualcosa
di simile per "Vittorio Emanuele II". Un pupazzetto murale (era l'epoca
dei "pupazzetti"
giornalistici) e altri manifesti resi illeggibili dal tempo e da certe
impossibilità: di resa da parte dell'acquarello.
da "Roma sparita negli acquerelli di Ettore Roesler Franz"
di Livio Jannattoni
Newton Compton Editori