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domenica 19 febbraio 2012

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                      Roma sparita

 

Ancora Via Capocciuto

                                     guarda l'acquarello

 

La targhetta ancora apposta sulla cornice dell’acquarello dice "Via Capocciuto nel Ghetto", e cosi pure la targa stradale visibile sulla destra, quasi sopra la porta verde. Un errore di lettura, o bisogna credere alla trasposizione nella toponomastica corrente degli storpiamenti echeggianti nella parlata giudaico-romanesca? E qui rappresentata la tratta del vicolo opposta a quella dell’acquarello precedente. Sul fondo e stavolta Via Rua, che conduceva, verso destra, al portone del Ghetto aperto su Via Quattro Capi, in prossimità del Ponte omonimo. Il panorama ambientale, umano, non cambia nemmeno in questa veduta. Le solite articolazioni costruttive. Porte, porticine, la scala esterna, le finestre, la loggia di legno pensile. La
corda dei panni stesi, il carrettino-natura morta, il somaro, le donne al lavoro senza posa, le merci esposte e la scenetta della contrattazione nel gruppetto al centro. E l’occhio va pure sull’intonaco slabbrato che, nell’abbandono, mette a nudo la cortina sottostante.


Gli Ebrei nel Ghetto avevano oltrepassato il numero di quattro mila soltanto nel 1853, e avevano toccato la cifra di 4.700 nel 1870. Erano partiti da appena 200 (contro 35 mila romani) nel XII secolo, per salire gia a duemila nel censimento del 1526. Ma ora in quel coercitivo quadrante urbano erano vissuti abbastanza. "La legge sul concorso governativo nelle opere edilizie di Roma", dichiarava nel 1881 la Relazione della Commissione per il Piano Regolatore e di ampliamento della Città di Roma, "impone al Comune di demolire l’attuale quartiere del Ghetto, che giace nella più depressa ed umida zona della città, dove circa quattromila
persone sono agglomerate in uno spazio, che non dovrebbe capirne che una quarta parte, e in case mal distribuite, di cattiva costruzione, antigieniche, intramezzate appena da luridi vicoli. In tutti i disegni del piano regolatore studiati dal 1870 in poi", prosegue la Relazione, era
segnata la intera distruzione del Ghetto: "ché", concludeva, "il tollerare più oltre siffatto quartiere, sarebbe cosa contraria alla umanità e alla civiltà".


Oggi le correnti teorie urbanistiche non avrebbero forse permesso la completa distruzione del Ghetto. Sarebbe stato senz’altro "diradato", a parte il versante Fiumara, che in ogni modo avrebbe dovuto cedere il passo ai lungotevere. E bisognava salvare le Scole, visione assoluta-
mente non rimpiazzabile.


da "Roma sparita negli acquerelli di Ettore Roesler Franz"
di Livio Jannattoni
Newton Compton Editori


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