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sabato 14 aprile 2012

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                      Roma sparita

 

Case medievali al Portico d'Ottavia

                                                    guarda l'acquarello

Il Portico d’Ottavia e qui visto dalla parte interna della città. Dove timpano e colonnato del
classico monumento si collegano ad una casa con scaletta bene in vista, dal parapetto ridotto
ad espressione elementare. Al di sotto le capre sono sdraiate in cerchio, col pastore addormentato nel mezzo, e il solito gran pavese dei panni e appena mitigato dal capriccio di un comignolo. Graziose le figure femminili in primo piano. Specie quella che porta un secchiello con la destra, e con la sinistra si stringe al petto la pagnotta.


Ma è sempre il Portico d’Ottavia, epicentro della zona, che fu pure nido di osterie, covo di pesciaroli e sguazzo di "pittoresco". Senza dimenticare che ci troviamo pure nei propilei d’ingresso al più grande portico dell’antico Campo Marzio, che, su un fronte di 11 metri per 135 di lato, includeva per intero anche l’attuale Piazza Campitelli. Fama e nome venivano ad esso da Ottavia, sorella di Augusto, e dalle meravigliose opere d’arte che lo decoravano, alcune delle quali pervenute sino a noi. Prima fra tutte la venere detta dei Medici, ora agli Uffizi. Tra quelle rovine, sebbene ricostruita dalle fondamenta, si inserì nell’VIII secolo la chiesa dedicata a S. Michel Arcangelo, che, dal mercato tenuto nei pressi, ricevette il predicato "in foro piscium". E fiorì una vita nuova, alla quale conferirono carattere la schiettezza del popolo e le fazioni politiche. Anzi Sant’Angelo diede pure nome ad un Rione, l’XI, che aveva ed ha per insegna un Angelo in campo rosso, con la spada nuda in una mano e la bilancia ne1l’altra. Includeva, secondo la ripartizione di Benedetto XIV, il Monte de’ Savelli e il Ghetto degli Ebrei, una parte della Via Lata e del Circo Flaminio.


Dalla chiesa di "Santo Agnolo pescivendolo", dopo avere udito "trenta messe dello Spirito santo" a partire dalla mezzanotte, usci Cola di Rienzo, nella Pentecoste del 1347, "armato de tutte arme", con il solo capo "discoperto", preceduto dai gonfaloni e seguito da una "moltitudine di garzoni tutti gridanti", per avviarsi al Campidoglio, parlare al popolo e governare. Era costumanza, nei secoli scorsi, che la testa dei nobili storioni, e di altri pesci, dovesse andare in regalo ai Conservatori di Roma, quando gli esemplari eccedevano la lunghezza di 5 palmi e un’oncia, ovverossia metri 1,13. Lo proclama tuttora, senza aver più forza di legge, una bella lapide capitolina del XVII secolo, apposta lungo la scala del Palazzo dei Conservatori, che non ha dimenticato di tramandare ai posteri, in bassorilievo, anche la vivace immagine del pesce-storione, ormai scomparso per sempre. Ma una copia del marmo, sia pure in
veste dimessa e stilizzata, e rimasta anche sulla facciata del Portico, un tempo passaggio obbligato del commercio-ittico.

 


da "Roma sparita negli acquerelli di Ettore Roesler Franz"
di Livio Jannattoni
Newton Compton Editori


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