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sabato 26 maggio 2012

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                      Roma sparita

Prati di Testaccio

                                    guarda l'acquarello
ll rifugio, il sollievo, il sollazzo della popolazione. I "Prati del Popolo Romano". C’e un verso del Belli che rivela tutti gli ardori, gli entusiasmi, e le voglie, che questi "Prati" mettevano in moto: "Eh viè, paciocca, ar prato de Testaccio" (sonetto "La ballerina de Tordinona"). E
Charles Colemam aveva tirato fuori significative acqueforti da questo obbligato approdo di carretti a vino, da questo nido di "grotte", grottini e osterie.


Ai tempi di Roesler Franz il rapporto sembrava ancora intatto. I carretti a vino, in sosta, scaricano e hanno gia scaricato. Nell’attesa due carrettieri giocano "a morra". Altri in prime piano si affaccendano sui tini. Mentre al di sopra sventola la bandiera rossa, gloriosa, della svinatura.


Il traliccio dell’incannucciata, messa su a regola d’arte, attende i gruppi di conviviali domenicali. Altri invece, come il gruppo a sinistra, si accontentano dei prati per un rustico ma ma non meno gustoso "déjeuner sur l’herbe". Con l'aggiunta supplementare di canti, sòni e dizioni a braccio.


Questa raffigurata piccola oasi sopravviverà in parte. Sul resto si poseranno gli occhi paterni del Piano Regolatore. "Chi osserva la topografia di Roma", preludiava e precisava infatti la molto citata Relazione del 1881, "vede sulla sinistra del Tevere una pianura, compresa fra la via di Marmorata, il fiume e le mura urbane, dal fiume stesso alla porta di S. Paolo, che si protende a sud-ovest della città, della estensione superficiale di oltre 56 ettari, sulla quale si eleva il noto monticello del Testaccio. L’eccentricità", proseguiva, la bassa giacitura, l’esposizione meridionale del luogo, hanno sconsigliato chiunque si occupò dell’ampliamento di Roma, di progettarvi un quartiere per civili abitazioni. Ma d’altra parte tutti vi hanno ravvisato condizioni speciali e felici, per impiantarvi "con successo", riprendeva, "un quartiere
industriale".

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La chiacchierata va per le lunghe, ma la si può ben restringere a questa sintesi. "La parte che prospetta sullo stradone di Porta S. Paolo è data alla fabbricazione, ha una superficie di circa dodici ettari, e serve ad alloggiare sei mila persone. La parte lunge il fiume e destinata ai
magazzini generali, agli scali per acqua, alle sviluppo dei binari ferroviari, e deve essere separata dal resto del quartiere da una cinta daziaria. La parte centrale e verso Marmorata è riservata alle industrie e agli opifici, quella poi verso le mura, alla costruzione del nuovo mattatoio. Finalmente il campo boario avrebbe a stabilirsi nel terreno compreso fra la via Ostiense, la strada ferrata, il Tevere e le mura, aprendo in queste le porte di comunicazione col mattatoio.


da "Roma sparita negli acquerelli di Ettore Roesler Franz"
di Livio Jannattoni
Newton Compton Editori


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