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sabato 11 agosto 2012

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                      Roma sparita

Sbocco della Cloaca Massima

                                                    guarda l'acquarello

 

Dall'osservatorio di Ponte Rotto si presentava così un'altra delle composite scene romane che il tempo e forse anche certa particolare incuria, aveva quasi ridotto a compatta, omogenea scena "naturale". Il fiume, lo sbocco della Cloaca Massima, i massi di tufo delle Mura superstiti, il muraglione dal quale si afaccia l'elegante giro di colonne del Tempio di Vesta, le piante che spuntano un po' dovunque, quella specie di capanne messe su alla meglio. E su tutto il delicato stelo del campanile di S. Maria in Cosmedin, trifore a giorno e orologio muto, aggiunge l'indispensabile nota della verticalità. Se si insisteva a parlare di "pittoresco" i fondamenti c'erano dunque allora. E come!

 

La maggior parte degli entusiasmi andavano tuttavia alla Cloaca Massima, oggetto di particolari meditazioni. "Quand du Ponte Rotto - aveva scritto J. J. Antoine Ampère  nella sua Histoire Romaine a Rome - on considère le triple cintre de l'ouverture par laquelle la Cloaca Maxima se dèchergeait dans le Tibre, on a devant les yeux un monument qui rappelle beacoup de grandeur e beaucoup d'oppression. Ce monument extraoirdinaire est un page importante de l'histoire romanine. Il est à la fois la supreme expression de la piussance des rois étrusques e le signe avant-coureur de leur chute. L'on croit - concludeva - voie l'arc  trionphal de la royautè par où  devait entrer la république".

 

Più semplicemente annotava nel 1891 Filippo Porena nella sua Guida di Roma, ossia itinerario del Nibby, "Essa è una delle più antiche opere romane del periodo d'arte etrusco e la prima in cui si sia impiegato con pieno successo l'uso dell'arco. Basti dire  che serve ancora al suo uso e che recentemente vi è stato riattivato lo scolo delle acque in tutta la sua lunghezza. La volta - proseguiva - è formata di tre grossi strati di tufo uniti a contrasto, senza calce o altro cemento." Risultava avere 3 metri e 88 centimetri di diametro, "di guisanchè non è esagerata di Plinio ilo quale dice che un carro colmo di fieno poteva agevolmente passare sotto quell'ammirabile volta". L'arco terminale, aggiungeva ancora il Porena, si compone di tre strati di pietra gabina. Così come si scorgono nettamente nell'acquarello. "Però, a causa dell'essersi elevato il letto del fiume, la Cloaca non è mai fuori di esso più che per i 2/3 della totale sua altezza".

 

In quel tempo i pesci affluivano in maniera particolare presso lo sbocco della Cloaca. Sembra confermarlo la barca sul fondo con due pescatori affaccendati con le reti. Mentre l'altra in primo piano con i ragazzi ci appare veramente come la barca del "dolce far niente". Fattori del resto nemmeno discordanti nel pittoresco quadro d'insieme.

 

Tralasciando il quadro e rivolgendosi esclusivamente "Alla Cloaca Massima", Giovanni Camerana, poeta e artista piemontese, scriveva nel 1878 un sonetto che tramutava in invettiva gli entusiasmi altrui, dirottando lo "scapigliato" autore verso ben diverse meditazioni sulla storia. Un sonetto che così concludeva: "...Quante al Tebro portasti e all'Oceàno / sconcezze, o fogna, da Tarquinio in poi! / Ma poichè lasci indietro il cuore umano / poichè il suo fango vomitar non puoi / senti!... anche il tuo, Cloaca, è un nome vano".

 

I muraglioni passeranno come un colpo di spugna anche su questa visione. Una "pulizia" totale. E dall'ossessionante levigato biancore, soltanto la Cloaca Massima riuscirà appena ad affacciarsi per esporsi ancora una volta alla generale ammirazione.



da "Roma sparita negli acquerelli di Ettore Roesler Franz"
di Livio Jannattoni
Newton Compton Editori


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