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martedì 25 maggio 2010

           


 

                                                                                                          soggettive

Philip Guston al Museo Bilotti

 

Mi perdonerà il curatore di questa colorata mostra, che poi è Peter Miller, Peter, il mio vicino di casa newyorkese trapiantato fra Parigi e Roma ma mi conosce, capirà quanto sto per affermare.

La mostra di Guston sa di fragola, è rosa, è divertente ed è un modo molto inconsueto di vedere Roma.

E poichè, qui Peter mi leva il saluto, non sapevo nulla di Philip Guston, ho pensato che con un nome così non poteva che essere così saporita.

Ovviamente, essendo americano, il nome diventa Gast-n, con quel modo così meravigliosamente americano che a me non mi verrà mai. Pazienza.

E per la leggerezza e il divertimento del tratto, francamente è stato una sorpresa scoprire che tutte queste saporite opere risalgono agli anni '70, sono così fresche che le pensavo più recenti.

Nessuna sorpresa invece nel sapere che Philip Guston amava l'Italia, Roma, Piero della Francesca, Federico Fellini: che l'Italia sia pensata come il centro del mondo dagli artisti non è cosa nuova, caso mai dispiace che gli italiani non sappiano andare nel mondo con questa serena e gentile certezza. Pazienza.

 

Vale la pena di vederla questa mostra, leggera, colorata ma con insidie di dolore, dove ci sono uomini rosa ma incappucciati come quelli del Ku-Klux-Klan che evidentemente hanno molto turbato l'artista, tanto turbato che appaiono nella forma degli alberi...

 

Accanto alle immagini di Roma in fragola, non mancano i "fuori porta", tra cui "Cerveteri" , rosa, per la gioia di Claudio (ultima foto in basso).

 

Per chi si chiedesse perchè il osa, il curatore ci ha raccontato che era il colore preferito dall'artista tanto che ha voluto essere sepolto con una boccettina di "cadmio red", rosa cadmio.

 

Bravo Peter. Grazie.

 

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