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c'era una volta

era il
1977...
.. e marzo volgeva alla fine.
stazione Termini, accanto al semaforo "dal lato di Trombetta".
ero imbarazzato da morire, ma me l'ero cercata.
"c'hai cento lire?"
Gia!
Partire in due per Roma con 15.000 lire in tasca la si poteva definire una
bella avventura alla Kerouac .. ma solo dopo la quarta birra (o la quinta).
Appena era circolata la notizia della grande manifestazione del Movimento,
io ed Angela ci eravamo attaccati al telefono per rintracciare Vito: ci
poteva ospitare. Splendido!
Con i biglietti a prezzo "politico" ci eravamo imbarcati sul treno della
notte convinti che la sera avremmo dormito a Roma.
12 di marzo.....
La manifestazione, se ricordo bene, era contro la violenza e lo stato di
polizia; partenza da piazza dell'Esedra, poi via Nazionale, per arrivare a
palazzo Chigi, almeno nelle intenzioni...
... ma decisamente non era la nostra manifestazione; scontri e cariche,
volava di tutto, e noi, vista la mala-parata, dopo essere sgattaiolati dal
corteo a Santa Maria Maggiore, poco dignitosamente ci andammo a nascondere
dietro la polizia in Via del Corso, a scroccare qualche sigaretta ai
celerini, ancora più spaventati di noi, in attesa che passasse.
700 Km di viaggio per fare 300 metri di passeggiata... molto veloce e senza
gloria. In compenso Roma era nostra!
Vito studiava ad Achitettura e aveva una casa vicino a Pineta Sacchetti; un
angolo per il sacco a pelo, allora, non si negava a nessuno, specie agli
amici.
Con un pò di pazienza per 400 lire si compravano sottobanco i buoni-pasto
dell'Università (ma solo per il pranzo, però, perchè gli architetti devono
avere un pò fame .... per creare meglio) e, se trovavi posto, potevi
mangiare anche da Ciccetto ai fori imperiali, un lusso. La sera ci si
arrangiava o, soldi permettendo, si andava alla Peroni.
Roma era un brulicare di gente, idee, iniziative: autonomi, radicali,
indiani metropolitani, orgoglio omosessuale, femministe, e via girando
secondo i gusti.
Angela faceva la corte a Vito, io a tutte quelle che incontravo.
Ma il mio più grande avversario non era un compagno più bello e simpatico,
bensì la logorrea.
Fu in quel periodo che divenni uno dei più autorevoli esperti di importanti
problemi della nostra generazione: tipo ... se avesse maggiore valenza
politico-rivoluzionaria l'orgasmo vaginale o quello clitorideo (questione
storica tuttora irrisolta), o se fossero più alternative le espadrillas o
gli zoccoli "olandesi".
Alla fine della prima settimana uscimmo dalla riserva (di denaro),
ovviamente dal lato sbagliato = fine dei soldi; e neanche Vito aveva grandi
fondi.
Si poneva il grande dilemma: A) tornare a casa e come, visto che non avevamo
pensato a comprare il biglietto di ritorno; B) tentare di resistere fino
alle imminenti ferie pasquali e rientrare con la Diane di Vito, sempre a
condizione di trovare i soldi per la benzina.
Optammo per la soluzione B , ma servivano soldi, vil denaro, pecunia!
Aiuti da casa neanche a parlarne! mio fratello, da me lasciato solo al
lavoro, mi aveva riattaccato urlando.
I mercati generali erano esclusi, per congenita carenza del fisico e perchè
alle 3 del mattino, in media, noi si andava a dormire.
Tentammo con qualche locale, per servire ai tavoli, ma dopo le ultime
manifestazioni i nostri capelli lunghi erano rifiutati in tronco, il mio
Eskimo sdrucito respinto sull'uscio. Qualcuno, temendo fosse un "esproprio
proletario", allora molto in voga, minacciò di chiamare la polizia.
Restava la colletta, lo sport preferito del "movimento", il "c'haicentolire"
ronzante, insulso e irritante, che poi nel tempo sarebbe divenuto "c'haimillelire"
e "c'haineuro" (corre l'inflazione però!), il tormentone da noi tante volte
aspramente criticato in dibattiti ed assemblee.
La colletta o la mensa dei poveri.
..à la guerre...!
Il primo, timidissimo, tentativo fu effettuato tra Campo de' Fiori e Piazza
Navona. Troppa concorrenza e tutta agguerrita.
Ci spostammo allora verso Termini, meno sfruttata ma più "di frontiera".
La stazione Termini era la porta di Roma, il suo ritmo metteva soggezione,
troppa folla, troppo di corsa.
Dentro e intorno ad essa viveva il mondo degli invisibili, gente che si
arrangiava o senza un posto dove andare, prostitute, piccoli criminali,
alcolizzati, barboni.
Il primo che conoscemmo fu Thomas, ungherese, parcheggiatore abusivo, non
più giovane, un vecchio cappello a visiera, alternava alla stazione piazza
Vittorio.
Fu attratto dalla nostra paura.
Ci spiegò nel suo slang slavo-romanesco quali erano le zone da evitare e ci
"affidò" ai suoi amici, i barboni che vivevano negli scatoloni di cartone,
sotto le arcate esterne, di fronte a Trombetta.
Poi ci fece dividere, in tre eravamo troppi, non avremmo battuto chiodo.
Angela con Vito, apparentemente più ragazzini e frikkettoni, si misero dal
lato della stazione sotto la protezione dei barboni. Io, con l'aria più
"dura" e disperata, dal lato del bar.
Funzionò, eccome! Dopo un paio di ore avevamo già raccolto quasi 20.000
lire.
Decidemmo di festeggiare alla Peroni, ma la mattina dopo eravamo di nuovo a
secco.
Il secondo giorno andò ancora meglio, ma io, da solo sul marciapiede per
tutto il pomeriggio, verso il tramonto cominciai con le crisi esistenziali.
Era giusto? io avevo un lavoro, avevo sempre lavorato, mi sembrava di
derubare quegli ignari passanti, ... forse era meglio ai mercati...
Fu così, con l'umore grigio e soprapensiero, che ripetei la solita cantilena
verso un uomo di spalle, appoggiato al muro vicino all'ingresso del bar.
- c'haicentolire? -
- ccheccazzzovvuoi ! - biascicò senza voltarsi, era ubriaco.
- niente, lascia perdere - feci d'istinto un passo indietro.
- ccheccazzzovvuoidaME!! - un urlo.
Si voltò, occhi spiritati, viso scavato, teso come un'animale ferito, fuori
di testa. Urlò ancora, in crescendo.
- ccheccazzzovvuoiSTRONZO! TIAMMAZZO!
un piccolo rumore metallico. Al margine dei miei occhi vidi un riflesso
mentre il suo braccio arretrava.
Come in un brutto sogno, capivo cosa stava per succedere, ma non riuscivo a
muovermi. Il braccio tornò in avanti.
Qualcosa uscì dal muro, o così sembrò, e il coltello destinato al mio
stomaco volò sul marciapiede.
La borsetta tornò a colpire, questa volta sulla faccia dell'ubriaco, un
braccio si strinse intorno al suo collo, soffocando le sue urla, e lo
trascinò dentro al portone.
La donna dalla borsetta si avvicinò al coltello e con un calcio lo fece
scivolare in un tombino.
Poi tornò verso di me, profumo troppo forte, trucco pesante, un sorriso
intrigante, mi prese il mento tra le dita
- Sei troppo carino per morire! -
Rimasi da solo sul marciapiede, mentre le risate delle due donne svanivano
dietro il portone.
Attraversai la strada.
Si, per quella sera ne avevo abbastanza.
Con Angela e Vito mi sarei spiegato più tardi, alla Peroni, dopo la quarta
birra, o forse la quinta.
ciao
adriano