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mercoledì 14 dicembre 2011

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                       la città futura

Alberi, arte e geometrie
La città che voglio è un posto dove le persone che la governano abbiano maggiore buon senso e buon gusto e dove i cittadini siano più aperti.

La questione è ancora l’albero cono di Natale.

Una delle cose che mi sono sembrate sempre difficili è il giudizio sull’arte contemporanea. Il nostro è un paese e la nostra è una città che hanno troppo background di classicismo, troppo patrimonio artistico e culturale proveniente dal passato per non essere, anche inconsapevolmente, più abituati e inclini alle forme classiche che a quelle contemporanee. E ovviamente non parlo di quella rarefatta, privilegiata sfera dell’intelighentia più o meno radical-chik, parlo della gente, del ragazzo del bar, del giornalaio, del meccanico, della commessa di oviesse, dell’autista dell’ATAC… mi verrebbe da citare anche le cassiere del Despar o i ragazzo dei call center ma quelli sono tutti laureati.
Background di tipo classico-rinascimentale. Se mettiamo un romano davanti ad un dipinto di Raffaello e ad uno di De Chirico e gli chiediamo di scegliere quale dei due considera più bello, sceglierà Raffaello. Facciamo ci caso: non è mica un caso che le italiane vestono mediamente bene anche con maglie comprate sulle bancarelle: gusto del colore, delle proporzioni… arte calssica che ci scorre nelle vene.
Diceva bene il propagonista di “Good morning Babilonia”: siamo i figli dei figli dei figli dei figli dei figli… di Leonardo da Vinci.
Ma questo rischia di renderci poco inclini alle novità, alle sperimentazioni, al nuovo. Non è un caso, non solo legato ai soldi almeno, che a Roma quando si è fatto l’auditorium erano 40 anni, dal palazzotto dello sport per le olimpiadi del ’60, che non si faceva un’opera di architettura contemporanea tranne il ponte della metro di Nervi ma tanto quello chi lo vede? Il nuovo lascia perplessi, quando addirittura non spaventa. Prendiamo i miei vicini di casa, quelli della parte “normale” del condominio: alla notizia che ci sarebbe stata una stazione della metro alla Chiesa Nuova il panico: arriveranno cani e porci e a dirlo, curioso assai, sono stati i norcini che da un flusso maggiore di gente avrebbero avuto nuovi clienti.
E così, in linea di massima, le cose nuove non piacciono. Da cui i brontolii per la statua del papa alla stazione e quelli per l’albero cono di Natale a piazza Venezia.
Lasciamo perdere il papa perché temo che il giudizio sia in parte deviato da questioni religiose, ma guardiamolo bene questo albero cono di Natale: un cono bianco, come tanti ne vediamo nelle vetrine dei negozi glamour dove però ci piacciono, dove per il solo fatto di passarci davanti, di avere teoricamente la possibilità di comprare in quel negozio così “cool” ci rende parte di una sfera di eleganza-tendenza-moda e bla bla.
Un cono bianco, una figura geometrica, lineare, simbolica e riconoscibile.
Purtroppo non un oggetto “semplice” perché sporcato da elementi pacchiani: simil-festoni merlettati nel corpo stesso delle fusione che ricordavano le decorazioni kitch di certe torte di matrimonio troppi strati e i nastri tricolore. E quella ridicola, disneyana piccola staccionata bianca ai suoi piedi.

Bastava che il cono fosse stato semplice, pulito, essenziale, illuminato dall’interno semplicemente con le luci verdi bianche e rosse e sarebbe stato bello, sarebbe piaciuto a molti.

Perché non è successo?
Io non pretendo che i produttori di addobbi abbiano in azienda artisti visuali o lo siano essi stessi (anche se a volte capita). Ma pretendo che una volta portati i bozzetti all’ufficio del Comune incaricato della approvazione, lì, proprio lì ci siano persone di buon gusto, persone dotate della necessaria cultura, di quella quota di conoscenza e sensibilità artistica che gli avrebbe fatto dire niente festoni meringati, niente nastri tricolore e niente staccionata, solo il cono sul prato.
E i romani, sono sicura, avrebbero brontolato meno, perché la bellezza passa sempre e perché la semplicità è un punto di arrivo (come ci hanno insegnato i maestri della Basuhaus). Sì, ci sarebbero sempre stati gli irriducibili, quelli che siccome Alemanno politicamente non ci piace, dobbiamo storcere il naso qualunque cosa venga dalla sua amministrazione storciamo il naso (e spesso infatti abbiamo anche ragione) ma ci sarebbe stato meno “rumore” e non “per nulla” perché quell’oggetto brutto ma per eccesso di dettagli è costato ai cittadini 25mila euro.

In poche parole: voglio una città governata da gente più competente, anche in queste cose apparentemente superflue come il bello.

angela :)


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