amici link
soggettive
La
via Appia
Sulla via Appia i Romani avevano lasciato monumenti straordinari; i
romani (quelli più vicini a noi), invece, hanno usato la strada ed i suoi
paraggi per ville private sempre più grandi ed esclusive, rovinando non poco
il magnifico paesaggio circostante, spesso impedendone persino la vista a
causa dell'uso di alti muri di cinta. E, per forza di cosa, costringendo l'Appia
a subire i sanpietrini ed il traffico di automobili.
Poi, però, è arrivata la prima amministrazione Rutelli: via Appia Antica è
stata resa nuovamente all'intera popolazione romana, anche se solo in
determinate occasioni. Nei giorni festivi, infatti, era ed è ancora strada
pedonalizzata, riservata a pedoni, biciclette (almeno in certi tratti) e,
ovviamente, residenti.
E per me, quell'epoca, è stata un paradiso. Non abitando troppo distante da
essa, per me la domenica mattina effettuare una “pedalata nella storia”,
come la definivo, era quasi un appuntamento obbligato. Entravo sulla via
dalla salita di Via di Cecilia Metella, uno strappetto che già metteva a
dura prova polmoni e gambe e poi, arrivato all'altezza del noleggiatore di
biciclette (ora non più esistente), decidevo se puntare verso Porta San
Sebastiano o verso il Raccordo Anulare. Era solo una questione di priorità,
tanto avrei percorso ambo i tragitti...
Il primo punto nodale era Cecilia Metella: alla sua altezza, infatti si
trova la salita determinata dall'ultima eruzione dei Colli Albani. Se si
visita il mausoleo della moglie di Erode Attico (uno dei parvenu dell'epoca
imperiale, che come tutti coloro che “si sono fatti dal nulla” ha ecceduto
del mostrarsi anche nell'architettura funeraria) con annesso castello
Caetani (da dove, nel Medioevo, gli esponenti di tale famiglia riscuotevano
i pedaggi per entrare in città), si scopre una sala sotterranea che ancora
mostra le inclusioni laviche di quell'eruzione il cui limite è, appunto,
proprio la “maledetta” salita. Non è lunga, ma è insidiosa, perché tende ad
aumentare la pendenza man mano che si sale. Se non si dosano le forze, si
rischia di restare senza energie a metà dell'ascesa (come tante volte mi è
capitato di vedere...). In discesa, al contrario, si prende velocità in un
attimo ed i sanpietrini che ricoprono tutta l'area, non aiutano certo a
mantenere la direzionalità del mezzo.
Superata quella difficoltà, la strada era bellissima in ambo le direzioni.
Da un lato si passavano prima le catacombe, poi il Quo Vadis (altra discesa
che, con i sanpietrini non è facilissima), quindi si arrivava alla splendida
Porta San Sebastiano quasi in volata (e salita). Purtroppo l'area pedonale
finiva lì, e pertanto era impossibile proseguire e raggiungere Piazza Numa
Pompilio e la passeggiata archeologica. Ma tant'è. Girata la bici, ci si
ributtava in discesa e si ritornava sui propri passi consci dei due strappi
da superare, di cui il secondo era, appunto, la “maledetta Cecilia”. Una
volta su, le difficoltà erano finite (motivo per il quale io spesso rigiravo
la bici e ricominciavo da capo: intendevo usare la strada anche come
palestra...), ma cominciava lo spettacolo della Storia. Si passavano alcune
ville e, a seguire, si apriva l'agro romano insieme ai resti dell'antica
civiltà. D'obbligo, dopo alcuni chilometri, uno stop ad onorare i tumuli
degli Orazi e dei Curiazi, quindi avanti fino al Raccordo. Una volta non era
possibile varcare l'anello stradale se non buttandosi nei campi e passando
sotto un piccolo ponticello quasi claustrofobico che, però portava
dall'altro lato. Ora, la situazione è cambiata ed è la grande arteria
autostradale ad inchinarsi e sottomettersi alla regina delle strade. Al di
là del Raccordo, oggettivamente, l'Appia perdeva parte del suo fascino,
anche perché non era più tenuta magnificamente come dentro l'anello. Oggi,
mancando da tanto tempo da quelle zone, non so se anche quella porzione di
strada sia stata restaurata. In ogni caso anche solo il percorso all'interno
dell'anello era eccezionale. Si poteva, anzi si può, respirare la grandezza
della Roma che fu...
Da alcuni anni, tuttavia, l'Appia Antica ha perso gran parte del suo fascino
per i ciclisti, mentre lo ha accresciuto per pedoni ed archeologi: è stato
deciso (ed attuato) di riportare alla luce quanto più basolato fosse
possibile. Ai tempi delle mie scorribande ciclistiche, infatti, esistevano
solo 4-5 aree in cui era visibile l'antica struttura; il resto era
sanpietrino fino al di sopra di Cecilia Metella, ed asfalto altrove.
Con detti lavori di restauro, invece, interi lunghi tratti di pietre antiche
sono state riportate alla luce. Camminarvi a piedi dà una sensazione
meravigliosa ed unica, che non può non farci pensare a quanto siamo
fortunati a vivere in questa città unica che il mondo ci invidia; d'altro
canto, passarvi sopra con un mezzo a due ruote è problematico e pericoloso
(io, l'ultima volta, ci ho rimesso due raggi spezzati di netto). Persino i
professionisti del Giro del Lazio, che percorrevano da sempre l'Appia Antica
correndo verso il traguardo di Caracalla, ora pedalano su Via Appia
Pignatelli: il basolato non fa per le bici, almeno per quelle da strada o da
corsa. A dire il vero, al lato dei tratti in antica pietra, si sono formati
percorsi in terra battuta consolidati da tutti quei coraggiosi ciclisti che
continuano a percorrere la strada, ma sono infidi (sassi, soprattutto) e
stretti. In fondo, tempo fa avevo letto un cartello in fondo a Via di
Cecilia Metella che avvertiva i ciclisti di condurre le bici a mano. Saggia
precauzione per evitare guasti meccanici e rischi di cadute.
In fondo, l'Appia è la regina viarum, e come regina pretende giustamente di
essere rispettata. Va percorsa a piedi, per meglio assaporarne la storia e
l'atmosfera. Ogni romano, secondo me, dovrebbe vivere, almeno una volta
nella vita, l'esperienza di calcare i suoi basoli e capire che la sua non è
una città come tante altre, ma, in un tempo lontano, è stata caput mundi.
Flavio
Per chi ne vuol sapere di più...
La via Appia, ovvero la regina viarum, è la strada più famosa ed emblema
stesso della potenza dell'Impero Romano. Fu iniziata nel 312 a.C. dal
console Appio Claudio Ceco riprendendo e ristrutturando il percorso che
collegava l'Urbe con i Colli Albani. Appio Claudio la portò a raggiungere
Capua, ovvero quasi i confini dell'allora Repubblica, passando per Ariccia,
Terracina, Fondi, Formia, Minturno e Sessa Aurunca. Nel 190 a.C. venne
allungata fino a raggiungere Benevento (l'antica Malevaentum tramutata in
Benevaentum a seguito della vittoria del console Manlio Curio Dentato su
Pirro, re dell'Epiro) e Venosa, nuova colonia fondata per l'occasione e
popolata da 20000 contadini di etnia romana. Il percorso fu ulteriormente
ampliato fino a raggiungere il cuore della ex Magna Grecia, e per la
precisione la città di Brindisi. Successivamente venne costruita una
bretella che, da Benevento, portava a Bari in maniera più lineare,
ricollegandosi quindi al vecchio tracciato; in pratica un primo esempio
della realizzazione di una variante di valico (la nuova strada era più
lineare e meno montagnosa).
In seguito, con la caduta dell'Impero, anche questo straordinario monumento
visse il decadimento ed il degrado, ma la sua perfezione di costruzione era
tale che in gran parte è ancor oggi visibile in molte aree del suo
tracciato, non solo a Roma. Ed, in certi casi, è ancora utilizzata (sebbene
riasfaltata in maniera più o meno invasiva) per la normale viabilità, come
nel caso del comune di Velletri. Ciò anche perché, grazie a papa Pio VI
(Giovanni Angelo Braschi, 1717, 1799), nel '700 venne restaurata, recuperata
e riutilizzata per la viabilità. Alla fine di detto secolo, esattamente nel
1784, venne realizzata una parallela, l'attuale via Appia Nuova, la quale
seguiva (e segue tuttora) un percorso quasi identico ma, essendo costruita
con concezioni più moderne, evitava ai carri ed alle carrozze quei problemi
che il basolato alla lunga produceva: usure anomale e rotture di mozzi e
ruote, nonché maggiore affaticamento dei cavalli. Questo non perché i Romani
non avessero avuto a loro volta detti problemi o non fossero stati in grado
di risolverli, ma per il fatto che si era perduta nei secoli la
pavimentazione ghiaiosa sovrastante, insieme (almeno in quell'epoca) alla
cognizione stessa dell'esistenza di tale strato superficiale con le stesse
funzioni del manto di “usura” degli attuali asfalti delle nostre strade.
Ciò, paradossalmente, fu anche un bene per la regina viarum, perché la
mantenne in uno stato di quiescenza, senza ulteriori aggravi alla sua
struttura per via dell'aumento e della modifica del traffico romano e non.
Almeno fino al secolo scorso, quando venne “recuperata” come strada e,
pertanto pavimentata in sanpietrino e poi in asfalto, almeno all'interno
dell'Urbe, lasciando solo piccole tracce dell'antico basolato.
Attorno alla strada, i Romani avevano lasciato dei monumenti straordinari,
quali Porta San Sebastiano, la tomba di Cecilia Metella, le tombe degli
Orazi e Curiazi, la chiesa del Quo Vadis, la residenza di Massenzio, la
villa dei Quintili, le catacombe di San Callisto, eccetera.
A proposito di Callisto, una curiosità: quanti di voi sanno che è un nome
femminile, essendo una delle ninfe al seguito di Diana? Dato che tendeva a
rifuggire gli uomini, Giove, per poterla conquistare, assunse le sembianze
di Diana stessa... Da quell'unione nacque Arcade. Giunone, adirata
dall'accaduto, trasformò in orsa la povera Callisto, la stessa orsa che
sarebbe stata uccisa dall'ignaro Arcade se Giove non li avesse portati
entrambi in cielo; da qui l'orgine dell'Orsa Maggiore, Callisto, e dell'Orsa
Minore, Arcade.
sempre Flavio