domenica 19 giugno 2011
c'era una volta
Via Appia, un tesoro in pericolo
di Marisa Ranieri Panetta
per
Una
mostra racconta la mitica strada costruita dai Romani per conquistare il
Sud. Oggi è un comprensorio di 3800 ettari ricco di catacombe, terme, e
acquedotti. Ma è vittima dei tagli sui finanziamenti alla cultura e di
continui abusi edilizi
Regina
delle strade romane e madre di tutte le battaglie contro gli abusi
edilizi, la via Appia continua ad affascinare e a far discutere. Nata
per facilitare la conquista del Sud nel 326 avanti Cristo, è diventata
poi, a Brindisi, testa di ponte per l'espansione a Oriente: una strada
strategica per merci, cultura, comunicazione, percorsa poi in senso
contrario dalle truppe alleate nel 1944.
Il primo a descrivere il tragitto sulla "Regina Viarum" fu il poeta
Orazio, l'ultima documentazione è in una mostra che apre il 23 giugno
nella villa di Capo di Bove: "La via Appia. Laboratorio di mondi
possibili" ( fino all'11 dicembre, catalogo Electa). Illustrazioni dei
secoli scorsi, foto d'autore e di scempi recenti a confronto, atti
ufficiali, articoli di giornale sono riuniti per richiamare l'attenzione
su questo grande museo all'aria aperta divenuto "parco naturalistico"
per legge regionale, protetto sulla carta da mille divieti ma, nella
realtà quotidiana, teatro di speculazioni e di trafugamenti.
La curatrice Rita Paris, responsabile del sito per la Soprintendenza
speciale di Roma, seguendo le trasformazioni nel tempo delle normative e
del paesaggio, vuol fare il punto sul destino della via che si
intreccia, dal tempo di Napoleone, con il sogno di estendere il parco
dalla zona centrale di Roma fino ai Colli Albani. E' un progetto mai
abbandonato, delineato per la prima volta da Canova e difeso da
soprintendenti, politici, intellettuali come Antonio Cederna, che hanno
lottato contro il vandalismo e la scarsità di risorse per la
salvaguardia. Che la via Appia, come le altre arterie consolari, avesse
bisogno di una costosa manutenzione fu chiaro già ad Augusto, che nominò
un "curator" per controllare il traffico e provvedere al lastricato; ma
anche nei secoli successivi la strada è stata sempre oggetto di cure e
rispetto.
Orgoglio dell'ingegneria romana, fonte di ispirazione per artisti e
letterati di tutto il mondo, oggi vive un momento cruciale, al bivio tra
l'uso indiscriminato del suolo e una legislazione che possa stabilire
una volta per tutte regole e prospettive. La prima parte dell'antico
tracciato, da Roma a Bovillae, è la più ricca di monumenti - mausolei,
circhi, acquedotti, dimore, catacombe, terme - ed è inserita in un
comprensorio tutelato che si estende per 3.800 ettari. "Ma invece di
pensare alla sua valorizzazione", lamenta Paris, "dobbiamo passare il
tempo fra carte bollate di denunce e ricorsi. La Soprintendenza, negli
anni, ha fatto dell'Appia un laboratorio di ricerca per tecniche di
scavo, restauro, formazione e didattica: è di questo che vorremmo
continuare a occuparci".
Intanto, al riparo da occhi indiscreti, nelle ville dei residenti
spuntano come funghi piscine e gazebi, si addossano costruzioni ad
antichi mausolei, e gli spazi liberi vengono occupati da capannoni
abusivi o dall'allargamento di un fabbricato industriale: segnalare "Appia
antica" su un biglietto da visita o nella pubblicità è valore aggiunto.
Le speculazioni edilizie continuano così a punteggiare la più famosa
strada romana, mentre il traffico è senza sosta: 2 mila vetture al
giorno, nelle ore di punta, che impediscono la fruizione dell'area. Un
problema, questo, che è rimasto irrisolto dall'Ottocento, quando venne
respinta l'idea di un tram a vapore per collegare Roma ad Albano;
l'unico grande risultato a riguardo è stato, nel 2000, l'interramento
del raccordo anulare che tagliava la strada all'altezza del VII miglio.
La mannaia calata sui finanziamenti pubblici della cultura ha nella via
Appia una vittima illustre, anche perché proprio ora si è profilata la
possibilità di acquisire ulteriori tesori archeologici messi in vendita,
ma mancano i fondi. Le acquisizioni statali della Villa dei Quintili e
dello stesso Capo di Bove, che ospita il prezioso archivio di Cederna,
sembrano conquiste di un altro secolo.