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Il bus a due piani

Uno dei ricordi più belli della mia prima infanzia è l'autobus a due piani. Grosso, anzi enorme, soprattutto per le dimensioni di un bambino piccolo, quel colosso verde (anzi di due tonalità di verde, più scura in basso e più chiara in alto e con le porte arancioni) era una specie di mastodonte terrorizzante ed attraente allo stesso momento.
A Roma l'esperimento dei bus a due piani nacque nel 1964 grazie ai Fiat 412, macchine all'avanguardia per i tempi, distribuiti su due linee: la 64 e l'85. E giusto sull'85 viaggiavo io da bambino.
All'epoca il capolinea era a piazza S.Silvestro (e da lì, effettivamente, non si è spostato) da un lato, e su Via Tuscolana, all'altezza della scuola comunale Giovanni Cagliero (quasi a Largo Volumnia). Poi, nel tempo, ha cambiato tanti posti (da Via Tuscolana, ancor più vicino all'entrata della scuola, circa 30 metri dal punto precedente, a Largo dei Colli Albani, all'attuale Arco di Travertino e chissà dove finirà tra qualche lustro), passava per S. Giovanni, per il Colosseo, Via dei Fori Imperiali, Piazza Venezia, Via del Corso; insomma, un vero e proprio autobus centrale che collegava un quartiere molto popolato e, all'epoca, quasi periferico (oggi il IX Municipio non può essere considerato centrale, ma nemmeno periferia: è uno di quei quartieri nella fascia intermedia, per di più valorizzato dalla presenza della linea A della metropolitana) con il fulcro della città. E, forse proprio per questa ragione, la dirigenza Atac di allora decise di utilizzare il bus “all'inglese” per tale tratta.
Ai romani dell'epoca il bus a due piani non piaceva eccessivamente: grosso, sgraziato, con quello strano posteriore tagliato nel secondo piano, pareva che dovesse cappottarsi ad ogni curva. Ed, invece, il glorioso Fiat 412 ha sempre lavorato con la stessa precisione e puntualità degli autobus dell'epoca.
Non si può dire che fosse una vettura da “grandi assembramenti”. Entrarci significava, in qualunque occasione, superare un possibile stato di claustrofobia. Il tetto era basso (per ovvie ragioni), e tutto il piano inferiore era decisamente non ottimizzato. Accanto alla porta posteriore c'era la postazione del controllore (allora non c'erano biglietti ed obliteratrici, ma un dipendente Atac da cui si compravano i biglietti, spesso di fretta perché schiacciati da coloro che si trovavano ancora sul predellino); di fronte la “scala dei desideri” di me bambino, ovvero i gradini che portavano al piano superiore. Quindi, continuando verso il muso della vettura, pochi posti a sedere in una posizione ribassata rispetto agli autobus normali, che davano la sensazione di trovarsi a sedere direttamente sull'asfalto e con tutto il veicolo sulla testa. La postazione dell'autista era tremendamente schiacciata e ribassata e faceva quasi paura vedere il luogo in cui lavorava colui cui tutti demandavamo la nostra incolumità. C'era abbastanza posto per alcune decine di persone in piedi, al piano di sotto. Non così sopra.
Salite le scalette (tutt'altro che sicure, soprattutto durante la marcia del veicolo) si accedeva al piano superiore, più ampio ed illuminato. C'era un corridoio centrale e due file di doppi seggiolini che rendevano quel piano quasi un pullman (per quanto con i sedili di legno). Chi, poi, era così fortunato da conquistare i posti in prima fila poteva godersi un viaggio eccezionale. Davanti a lui solo i vetri e la strada, oltretutto osservata dall'alto, sopra i tetti di macchine, camion e bus. Un vero paradiso! Ricordo la delusione tutte le volte che quei posti magici erano già presi e mi dovevo “accontentare” delle altre splendide file di quel piano. Ricordo il piacere di prendere quell'autobus per andare in giro per Roma del bambino che ero. Oggi, oggettivamente, devo riconoscere che ci voleva una gran bella dose di pazienza e coraggio ad entrare in quelle vetture (per uscire ci si doveva preparare per tempo: le file al piano di sotto erano più che comuni, e spesso ci si ritrovava bloccati sulla scala in attesa di uscire, magari alla fermata successiva a quella ipotizzata), ma il fascino di quel mezzo di trasporto è rimasto vivo nella memoria mia (e non solo) anche dopo 25 anni dal termine del servizio di tali vetture.

Flavio
 

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