26.12.2006
c'era una volta

Il
basket vincente a Roma
Che Roma fosse una città votata al calcio, come tante in Italia, si è sempre
saputo. Ma c'è stato un periodo in cui un altro sport si era prepotentemente
affacciato alla ribalta a suon di risultati: la pallacanestro.
A dire il vero, la storia del basket romano e dei suoi successi nasce negli
anni '30 con la Ginnastica Roma, vincitrice di ben 4 scudetti e che, tra i
tanti, annoverò tra le sue fila anche Vittorio Gassman. Ma stiamo parlando
degli albori (o quasi) di questo splendido sport inventato da un canadese (James
Naismith) nel lontano 1891.
A partire dal dopoguerra i fasti dello sport della palla a spicchi, a Roma,
non sono stati gli stessi. Ci sono state squadre più o meno valide ma nulla
di eccezionale e vincente. Negli anni '70 il Palaeur (quasi vuoto) era la
casa della Perugina Lazio e della Stella Azzurra. Soprattutto quest'ultima
aveva un fascino decennale di permanenza nella massima serie, ma mai ad
altissimo livello (al massimo raggiunse un quarto posto). Poi, nel 1980, una
nuova realtà si affacciò al proscenio della massima serie: la Virtus Banco
di Roma. Era una squadra di bassa classifica, e per due anni cercò
disperatamente di restare nella massima categoria, ma poi, con cambio di
presidente ed allenatore (arrivò, anzi tornò visto che anni prima aveva
allenato la Stella Azzurra, Valerio Bianchini, colui che due anni prima
aveva ottenuto il miracolo di portare lo scudetto a Cantù) le cose
cambiarono nettamente. La Stella Azzurra era definitivamente sparita dal
basket nazionale (aveva preferito dedicarsi ai giovani) ed il Banco era
l'unico baluardo romano nel mondo cestistico. E, per questo, con grande
lungimiranza, il presidente Eliseo Timò decise di riunire attorno a
Bianchini il meglio che la città potesse offrire a livello di atleti.
Rientrarono a Roma Fulvio Polesello, Roberto Castellano ed Enrico Gilardi (quest'ultimo,
giovane, già nel giro della nazionale), cui si affiancò il “ragazzino”
Stefano Sbarra. Tutti romani doc. Poi, si prese un centro di valore anche se
fragile fisicamente come Kim Hughes (che dovette essere sostituito a metà
stagione per infortunio di Clarence Kea) e, soprattutto, Bianchini pescò a
Monroe un “piccolo” (185cm, quasi un nano per il basket....) uomo di colore
che aveva al dito un anello di campione della mitica Nba (anche se da
panchinaro) di alcuni anni prima; tale Larry Wright, un nome che tutti noi
appassionati romani di basket non dimenticheremo mai. Il “folletto nero” che
portava il numero 4 sulle spalle sarà quel qualcosa di più che permetterà al
Banco dell'82-83 di ottenere ciò che nessun romano si sarebbe aspettato. La
squadra, sulla carta, era buona, ma la Milano di Dan Peterson (a quell'epoca
non faceva solo il commentatore televisivo, ahinoi..), nonché le solite
Bologna, Cantù, Varese e Pesaro sembravano sfide impossibili. Personalmente,
per questioni personali, seguivo il Banco come “seconda squadra”. La prima
partita di basket che avevo visto e vissuto era stata un Bologna-Cantù di
cinque anni prima con i poveri bolognesi (dello stesso Peterson) maltrattati
ed umiliati dai canturini. E da allora avevo cominciato a tifare per le V
nere felsinee (avevo solo 9 anni; certi errori erano ammissibili...); ma
quello era un anno particolare.
Ricordo ancora il derby con gli “odiati” (chissà poi perché: mantenere buoni
rapporti con i vicini significa poter effettuare piacevoli trasferte senza
troppi sforzi....) cugini reatini, spazzati via proprio dalla coppia
Wright-Hughes. I sabini non l'avevano presa con tanta filosofia... Erano i
tempi del palazzetto dello sport di Viale Tiziano e dei 1500-2000 spettatori
(quando andava bene). Roma si era dimenticata del basket, almeno per il
momento.
Nello
stesso periodo i tifosi di calcio avevano nominato Falcao ottavo re di Roma.
I (pochi) tifosi di basket contestavano che il vero re fosse nero e col
numero 4; i fatti dimostreranno che avevano ragione questi ultimi...
Il campionato procedette e Roma, inaspettatamente, continuò pervicacemente a
non voler lasciare il primo posto. Era una sorpresa mitigata solo dalla
nomea dell'allenatore, capace di qualunque miracolo. Si arrivò alla fine
della stagione regolare col primo posto equivalente a disputare tutte le
belle degli scontri diretti dei playoff in casa; in genere un indiscusso
vantaggio. Molti pensavano che difficilmente Roma sarebbe riuscita a
terminare anche l'arduo cammino nei playoff da vincente a causa della sua
inesperienza in materia. Ed, in effetti, la semifinale con Cantù vide i
nostri soffrire fin più del dovuto. Ma, in contrapposizione, la città si
cominciò ad accorgere che esisteva uno sport alternativo al calcio. Ed
iniziò a riempire il Palaeur, riaperto appositamente per la serie dei
playoff. Strana questa città: se tutto va bene adora le sue squadre fino
quasi all'idolatria, per poi essere capace di abbandonarle e rinnegarle
senza ripensamenti appena si palesa qualche problema. E, finalmente, si
raggiunse la finale. Non era solo l'ultimo atto (diviso in tre passaggi) del
campionato, ma la sfida delle sfide pregna di tanti significati e motivi di
contrasto: Banco di Roma contro Billy Milano. La lotta della capitali, della
storia del basket contro i neoarrivati, di Bianchini contro Peterson, di
Larry Wright contro il fantastico Mike D'Antoni (bandiera dei milanesi), di
Clarence Kea (gran lavoratore ma di talento tutt'altro che cristallino)
contro l'icona nazionale Dino Meneghin e così via.
E' il 12 Aprile 1983 e Roma si ferma. Soprattutto durante l'intervallo
dell'incontro. Il Palaeur è tutto esaurito e non tutti sono persone avvezze
ad assistere ad un tale spettacolo. La contaminazione dei calciofili compie
i suoi danni mentre le squadre rientrano negli spogliatoi per l'intervallo.
Un idiota (e come altro definirlo?) lancia una bottiglietta che raggiunge la
fronte di Dino Meneghin. Che compie il gesto più bello mai visto in un campo
sportivo: si fa medicare e, senza pensare ai vantaggi che tale azione poteva
portare ai suoi (partita vinta a tavolino da Milano e squalifica del Palaeur),
decide di rientrare in campo e giocarsi la vittoria sul campo. Che arride a
Roma per 88-82. Il ritorno, la domenica successiva, si gioca a Milano e non
c'è storia: i padroni di casa devono vincere ad ogni costo e mettono sotto
una Roma spenta per tutta la partita. Ricordo ancora la mia disperazione
vedendo in tv il peggior Banco della stagione: non volevo dover soffrire
fino a gara 3, quella definitiva. Ed invece...
Il giorno della bella Roma si fermò. Io ero in gita con la scuola e
rientrammo in anticipo per permettere a chi poteva di andare al Palaeur.
Sventuratamente, non fui tra quelli. Chiesi ai miei in tutti i modi di
vedere in tv la partita, ma non ci fu verso. Raiuno trasmetteva Via col
Vento e mia madre volle a tutti i costi che vedessi quel capolavoro della
cinematografia (che ho odiato con tutte le forze per anni ed anni). Il mio
cuore era altrove e ben a ragione. Anni dopo sono riuscito a vedere la
registrazione del secondo tempo fatidico, vinto da Roma per 97-83 in un
clima incredibile. 18000 romani assiepati in un palasport che letteralmente
esplodeva ad ogni canestro, impazziti di gioia per il primo (ed unico)
scudetto romano del dopoguerra. Roma superava l'odiata Milano ed incoronava
Wright suo eroe, anticipando le feste che tempo dopo, sarebbero state
celebrate per l'analogo titolo calcistico.
L'anno dopo il BancoRoma, con lo scudetto sul petto, puntò tutta la stagione
sulla prestigiosa Coppa Campioni. La squadra era rimasta abbastanza simile
(gli inserimenti di “vecchi senatori” come Tombolato o Bertolotti erano
soprattutto per la panchina), ma i risultati cominciarono a non arrivare.
Sconfitte sia in Coppa che in campionato, sembrava che gli arancioblu
bancari avessero smarrito la grinta dell'anno prima; qualcuno cominciò a
pensare che fosse il Palaeur a portare male.... Eppure, a metà stagione di
Coppa la svolta: il Banco era ad un passo dall'eliminazione dall'Europa.
Doveva vincere tutte le partite successive per recuperare gli alti posti del
girone. E... così fu. I romani diventarono schiacciasassi; ricordo la
partita di Limoges, con lo speaker francese che, per tutta la partita (che
potei vedere in tv; a quell'epoca la Rai trasmetteva anche altro, oltre al
calcio...) continuò, inutilmente, a cercare di scuotere i campioni di
Francia che, di fronte a Wright e compagni, sembravano poveri naufraghi in
mezzo all'oceano.
Fu così che, quasi di slancio, Roma superò tutti gli ostacoli fino alla
finale di Ginevra contro il Barcellona. A casa mia, memori della pessima
esperienza dell'anno prima, arrivammo ad un compromesso che mi permise di
soffrire davanti alla tv, anche se da solo; il resto della famiglia si andò
a vedere qualche altro programma in un'altra stanza. E fu vera sofferenza.
Di fronte non c'era una squadra qualsiasi, ma mezza nazionale di quella
Spagna battuta dall'Italia pochi mesi prima nella finale del Campionato
Europeo. E Roma cominciò malissimo. La paura attanagliò i nostri per tutto
il primo tempo e l'inizio del secondo. Ricordo che durante l'intervallo
andai dai miei deluso per la sconfitta che si profilava chiara all'orizzonte
(dieci punti da recuperare non erano affatto uno scherzo). Fallire proprio
l'appuntamento decisivo sembrava una beffa indescrivibile. La stessa, in
fondo, che vissero poche settimane dopo i tifosi della Roma Calcio, legata
dal destino a filo doppio con le sorti dei bancari, almeno in quel periodo.
Solo che noi, al contrario dei pallonari, avevamo Larry Wright: quando tutto
sembrava perduto ed il Barcellona era avanti di ben oltre i 10 punti
dell'intervallo, il folletto nero salì in cattedra e dichiarò: “Ragazzi: voi
pensate alla difesa; Clarence (Kea): tu sotto canestro; palla a ME...”. In
pochi minuti si trasformò nell'incubo degli spagnoli e nell'estasi di noi
tutti che stavamo vedendo quella partita. Alla fine i suoi 27 punti furono
decisivi per il 79-73 finale grazie al quale capitan Polesello poté alzare
al cielo la coppa. Era il 29 Marzo 1984 e, per me, uno dei giorni più belli
della mia vita di tifoso di basket. Anni dopo mi è stata regalata la
cassetta della registrazione di quella magnifica partita, che conservo
ancora con gelosia perché quei momenti esaltanti, purtroppo, non sono più
tornati. E' vero, ci sono state altre vittorie (pochine, a dire il vero), ma
quel gruppo e quell'attenzione della città intera, ovvero la magia che quel
BancoRoma era riuscito a creare, sono sfumati con l'abbandono dei vari
protagonisti. Forse tutto derivava dal fatto che ero giovane ed
appassionato, forse dal fatto che gran parte dei giocatori erano romani come
me (mentre oggi è tanto se entra in campo qualcuno nato e vissuto in Italia:
sembra che tutto ciò che è straniero o esotico sia migliore, quasi sempre a
torto), forse il tutto era legato ad un modo di vivere lo sport meno
esasperato di adesso, ma ancora oggi, per quelli della mia generazione,
pensare al biennio 82-84 del Banco suscita un'emozione speciale e mai più
replicata.
flavio